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Racconti

Se. 5

di Agostino Roncallo

Il giorno precedente la mia prima missione la signora venne a casa mia prima del solito e, una volta rimaste sole, mi disse: domattina vada a Ornavasso. Alla prima rientranza, vedrà una casa lunga con le finestre al livello della strada; lì, chieda di Gilda, la sarta, le dica che vuol farsi un abito, ci penserà lei a farvi incontrare.

Gilda era una simpatica signorina, estroversa, amica di tutti. Mi fece accompagnare in una vecchia casa di pietra, su per il paese. Mi trovai in una rustica cucina, al centro della quale c’erano un tavolo di legno quadrato e delle sedie impagliate. C’erano anche una stufa a legna, una credenza e un lavello in pietra. Intorno al tavolo tre uomini sorseggiavano vino rosso e, in piedi, una donna teneva in braccio un bambino di sei o sette mesi. Mi fecero accomodare. Io mi domandai: e adesso? Guardai quegli uomini in silenzio, uno era piccolo, segaligno, gli altri due invece erano ben piazzati fisicamente. Sono Mondo – disse a questo punto uno di loro – e questi sono Girom e Mario, grazie per essere venuta. Parlammo di aiuti, di soldi, di lanci andati a vuoto, di rinforzi che dovevano arrivare. Risposi come potevo, avevo memorizzato quello che papà mi aveva incaricato di riferire. Dissi anche che solo loro dovevano sapere di me e che, se non avessero taciuto, il collegamento sarebbe finito.

A quella missione ne seguirono altre, avevo a quel punto capito che Mondo era uno dei comandanti della brigata Valtoce, i cui componenti erano chiamati “gli azzurri”. Non feci molta fatica ad abituarmi a quella doppia vita, non mi pesava, non avevo difficoltà a tacere, a nascondere la mia attività. Alcuni timori però, ripercorrevano con frequenza i sentieri della mia mente: quel bambino in braccio a quella donna, per esempio, non era pericoloso? Cosa poteva accadere se fossero stati scoperti? Il cuore si stringeva, a quei pensieri.

Per non dare troppo nell’occhio e non alimentare sospetti, papà mi suggerì di allargare il giro delle mie frequentazioni. Non me lo feci ripetere due volte e colsi così l’occasione di andare a Piedimulera per trovare la mia amica Alba Bialetti. Ero molto contenta di vedere facce diverse, facce amiche. Trovai invece la guerra o, forse sarebbe meglio dire, una specie di guerra: era quella ingaggiata dal cavalier Bialetti che, considerata la momentanea chiusura della sua azienda, passava il suo tempo a sperimentare nuove caffettiere di sua invenzione. Ogni tanto un’esplosione segnalava il fallimento dell’ennesimo, nuovo, collaudo. Avvicinarsi alla cucina poi, non si poteva senza la necessaria autorizzazione: il rischio era quello di trovarsi davanti all’eruzione di uno dei suoi diabolici arnesi. In quei pomeriggi, succedeva anche che il cavaliere ci dicesse: vi preparo un buon caffè vero. A quel punto non rimaneva che attendere il botto. La mamma di Alba era rassegnata a vedere la cucina come un campo di battaglia nel quale ogni buco rappresentava il fallimento di un’avveniristica caffettiera.

20 maggio 2025

5. Continua