di Agostino Roncallo
La mattina seguente regnava una calma irreale e per la strada non si vedeva anima viva. Il tempo era come sospeso. Noi eravamo con le facce incollate alle finestre ma non c’era nulla, sotto quel sole abbagliante. Fino a quando si avvertì un leggero tremore. Proveniva da terra o era, piuttosto, la paura che avvertivo dentro di me? Proveniva da terra. Quel tremore si trasformò presto in rumore, era il rombo dei motori di una camionetta e di un mezzo pesante trainante un grande cannone. Erano tedeschi. Finiva così un sogno, il sogno di vivere in un paese libero, privo di quel senso di oppressione che invadeva il cuore, e la mente.
Fu quando dissi agli amici di Vogogna che quel pomeriggio li avrei aspettati a casa per giocare a ping pong. Fu, quello, il giorno in cui conobbi la guerra.
Occorre precisare che io, in quei giorni, avevo di fatto due case perché zia Maria, zio Paul e Lele erano riparati anche loro in Svizzera, consigliati da papà. Troppo compromesso era lo zio. Papà li aveva rassicurati promettendo loro, e anche alla mamma, che si sarebbe occupato della grande casa che i vogognesi chiamavano “castello”. Quella bellissima villa-castello non poteva restare vuota, con il solo personale di servizio: come minimo sarebbe stata requisita visto che disponeva anche di un’oscura prigione. Il problema era grande: papà voleva restare vicino allo stabilimento e mamma, anche se preoccupata per l’avita casa, voleva restargli vicino. Fu così che, dietro le mie continue insistenze, con mia grande gioia e loro enorme preoccupazione, divenni padrona di casa. Non mi affidarono, come temevo, alle donne di servizio che mi avevano vista crescere, se dovevo essere padrona, padrona sarei stata. Così abitavo a Vogogna, libera di uscire come e quando volevo. Dovevo però andare sempre a colazione nella casa di Pieve Vergonte per poi rientrare nel pomeriggio a Vogogna. Un operaio di turno avrebbe avvisato papà che ero arrivata sana e salva.
Quel giorno uscii di casa prima del solito, impaziente, ciao mamma, ciao papà. Un vento freddo sferzava la mia faccia, ma mi piaceva e poi, una volta sullo stradone, lo avrei avuto alle spalle. Lo stesso vento mi portò a un certo punto il rumore di un motore. Frenai, attesi al riparo di una casa che il mezzo passasse. Era una camionetta, carica di fascisti. Quando era ormai lontana, proseguii. Mi sembrava di sentire dei colpi lontani, rumori metallici, attutiti: chissà, forse qualcuno che martellava il ferro. A Vogogna salii per Viale Rimembranze, poi girai a destra, verso casa. Girai a destra, proseguii e vidi qualcosa, a terra. Era un ragazzo di dodici, tredici anni, morto. Una macchia di sangue sulla strada si allargava, si allargava. Ero inebetita. Mi riscosse una voce, signorina, non stia lì, corra a casa, presto. Pedalai in fretta ma davanti ai gradini di casa vidi un altro morto ammazzato e più in giù un altro ancora. Appena varcato il portone mi vennero incontro la Rina e la Vincenzina. Meno male che è salva! Ha visto quel morto? Cos’è successo? Abbiamo sentito gli spari, abbiamo sentito, gli spari. Sembravano impazzite ma io, io ero calma. Avevo visto i miei primi morti ammazzati, mi aveva fatto male quella vista ma non avevo perso il controllo. Ero stranamente presente, lucida.
16 maggio 2025
3. Continua



