Federico Rampini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale sostiene che la distanza tra la mobilitazione degli israeliani e ciò che il mondo si aspetta è siderale. Dopo il 7 ottobre quasi nessuno ritiene percorribile nel breve termine la soluzione dei due Statiha strutturata nei punti chiave per una lettura immediata e chiara.
Scrive Rampini: “L’osservatore straniero dovrebbe soffermarsi su un primo dato, anziché darlo per scontato: Israele ha votato. Elezioni competitive, regolari, nei tempi previsti, con alta affluenza alle urne e una possibilità concreta di mandare a casa il leader in carica. Mahmoud Abbas fu eletto presidente dell’autorità palestinese nel 2005 per quattro anni e da allora non ha più convocato le urne. Hamas, vinte le legislative del 2006, ha liquidato con le armi i rivali interni e ha governato Gaza con la paura. Attorno ci sono un Egitto nato da un golpe, una Turchia che incarcera oppositori e giornalisti, un Libano il cui Parlamento non riesce a imporsi su Hezbollah. Israele è criticabile, ma chi invoca la libertà della Palestina senza una parola sulle tirannie di Ramallah e di Gaza ha un problema di coerenza”.
E prosegue: “Dove potrebbe cambiare qualcosa? Sulla Cisgiordania. È l’unico terreno su cui Eisenkot traccia una linea netta. Chiama «terrorismo ebraico» la violenza dei coloni estremisti e promette di reprimerla. Si oppone all’espansione degli insediamenti che spezzerebbe in due la Cisgiordania. Molti israeliani, pur favorevoli agli insediamenti, pensano che lo Stato sia troppo indulgente con le violenze dei coloni. Restano poi i temi che contano per gli israeliani più che per noi: la leva per gli ultraortodossi (finora esenti dal servizio militare), che Eisenkot sostiene, e la resa dei conti sulle responsabilità del premier. Lui rimprovera a Netanyahu la riforma della giustizia che ha spaccato il Paese, gli avvertimenti dei capi della sicurezza ignorati, il rifiuto di una commissione d’inchiesta indipendente sul 7 ottobre”.
- La distanza tra Israele e l’Occidente: esiste una frattura «siderale» tra le aspettative del dibattito internazionale (piazze europee, risoluzioni ONU, riconoscimento dello Stato di Palestina) e la reale agenda degli israeliani durante la campagna elettorale, concentrata quasi unicamente sulla sicurezza dopo il trauma del 7 ottobre 2023.
- Il valore e l’eccezionalità della democrazia israeliana: Israele ha votato regolarmente e con un’alta affluenza, confermandosi una democrazia competitiva dove è possibile mandare a casa il leader in carica. L’autore sottolinea il paradosso di chi invoca la libertà per la Palestina ignorando le tirannie prive di elezioni di Ramallah e Gaza o i regimi autoritari dell’area.
- Il profilo del principale rivale di Netanyahu: il principale oppositore, Gadi Eisenkot (ex capo di stato maggiore ed ex membro del gabinetto di guerra), non è un pacifista o un uomo di sinistra nel senso auspicato dall’Europa:
- È l’ideatore della severa Dottrina Dahiya per ristabilire la deterrenza.È contrario a uno Stato palestinese nel breve termine e punta a sradicare il dominio di Hamas su Gaza.
- Su temi di sicurezza e Iran, le differenze con Netanyahu riguardano i metodi e il pragmatismo (Eisenkot giudica irrealistico il cambio di regime a Teheran cercato da Netanyahu), non la sostanza della linea dura.
- La svolta a destra dell’elettorato: dopo il 7 ottobre, l’opinione pubblica (inclusi i giovani) si è spostata decisamente a destra sulla sicurezza nazionale, smentendo l’illusione europea di trovare “colombe” pronte a riaprire il processo di pace.
- Dove potrebbe davvero cambiare qualcosa? l’effettiva discontinuità con un eventuale cambio di governo non riguarda la pace o lo Stato palestinese, bensì la Cisgiordania:
- Eisenkot promette di reprimere la violenza dei coloni estremisti (definita «terrorismo ebraico») e di bloccare l’espansione degli insediamenti che spezzerebbero il territorio.
- Gli altri temi caldi interni sono la leva obbligatoria estesa agli ultraortodossi e la richiesta di una commissione d’inchiesta indipendente sulle responsabilità politiche e di sicurezza del 7 ottobre.
Conclusione: chi in Occidente si aspetta che un cambio di governo in Israele riapra nell’immediato il cantiere della pace o dei due Stati resterà deluso. Il massimo che ci si può attendere è un ritorno al rispetto della legge in Cisgiordania e un freno all’estrema destra messianica: la condizione minima, forse, affinché un giorno si possa tornare a parlare di pace.
28 ottobre 2026





