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Economia

Ridurre le diseguaglianze o perdere legittimità. Ora la democrazia è al bivio

Gianrico Carofiglio ha pubblicato un editoriale su La Stampa nel quale si domanda se appaia ragionevole chiedere ai titolari di grandi o enormi patrimoni un contributo alla coesione sociale, per contrastare le forme più gravi e insopportabili di precarietà e di miseria?

Scrive Carofiglio: “Un prelievo sui patrimoni netti molto grandi, con una quota interamente esente fino a dieci milioni di euro, un’aliquota dell’1 per cento sulla parte compresa tra dieci e cento milioni e del 2 per cento soltanto su quella che supera i cento milioni. Le aliquote si applicherebbero per scaglioni, non all’intero patrimonio: chi possiede quindici milioni pagherebbe cinquantamila euro, chi ne possiede cento ne pagherebbe novecentomila. Le risorse alimenterebbero un fondo nazionale contro gli imprevisti della vita, pensato per le condizioni di miseria e per chi vive del proprio reddito ma non ha riserve sufficienti. Il suo scopo sarebbe impedire che un evento grave e non rinviabile – una spesa sanitaria essenziale non coperta dal servizio pubblico, il rischio di perdere la casa, l’assistenza a un familiare non autosufficiente – trascini nella povertà una famiglia che fino a quel momento ce la faceva. Il fondo non darebbe denaro al richiedente: pagherebbe direttamente la prestazione alla struttura sanitaria, al proprietario dell’alloggio, al fornitore o all’impresa.”.

E prosegue: “Che cosa deve una collettività a chi resta pericolosamente indietro? E che cosa può chiedere a chi ha molto più degli altri, e ha trovato nelle regole comuni le condizioni per ottenerlo? Come spesso accade, la risposta è nella nostra Costituzione. L’articolo 2 parla di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale; l’articolo 3 affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Entrambe le norme ci ricordano che la distribuzione delle risorse non è un fatto di natura e che la comunità ha il diritto, e il dovere, di occuparsene”.

Per concludere: “Non si tratta di punire nessuno né di contrapporre i ricchi ai poveri. . La ricchezza costruita nel rispetto delle regole è legittima, e chi la possiede non ha nulla da farsi perdonare. Però è giusto chiedere e chiedersi: è eticamente e socialmente sostenibile che ai titolari di enormi ricchezze e di enormi quantità di superfluo non venga richiesto un contributo contenuto per alleviare le difficoltà di chi manca dell’indispensabile? Qui va detto che il riferimento, fatto da qualcuno, al rischio di odio sociale non sembra pertinente, anche solo per ragioni quantitative: la categoria di cui parliamo conta, secondo le stime, appena alcune decine di migliaia di persone su quasi sessanta milioni di abitanti”.

Punti chiave dell’editoriale

Conclusione: richiamando una celebre frase di Olof Palme (“essere di sinistra non significa essere contro la ricchezza, significa essere contro la miseria”), Carofiglio ricorda che gli strumenti possono essere discussi e corretti, ma la domanda cruciale rimane inevitabile: quanta disuguaglianza può sopportare una democrazia prima di smettere di essere tale?

Il dibattito e il punto di partenza: l’articolo chiude il confronto nato attorno a una precedente proposta dello stesso autore: introdurre un contributo straordinario e mirato sui grandi patrimoni (esenti fino a 10 milioni di euro, con aliquote dell’1% o 2% solo sulle quote eccedenti) per alimentare un fondo nazionale destinato a evitare che imprevisti gravi (come spese sanitarie o il rischio di perdere la casa) trascinino le famiglie nella miseria.

Le reazioni e la diagnosi condivisa: il dibattito ha sollevato molteplici osservazioni tecniche, fiscali e politiche (dall’efficacia della lotta all’evasione alla gestione di grandi successioni e salari). Tuttavia, un dato emerge con forza: nessuno ha messo in discussione la diagnosi di fondo, ovvero che la distanza tra chi ha moltissimo e chi ha sempre meno sta crescendo pericolosamente, minacciando la tenuta delle istituzioni democratiche.

Il senso della proposta e la Costituzione: l’esempio dei grandi patrimoni non era un modello operativo rigido, ma uno strumento argomentativo per stimolare una riflessione sulla solidarietà. A guidare questa visione sono gli articoli 2 e 3 della Costituzione, che impongono doveri di solidarietà e affidano alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’uguaglianza.

Ricchezza, merito e coesione: la ricchezza onesta è legittima e non deve essere demonizzata. Tuttavia, in una comunità basata su regole comuni, è eticamente e socialmente fondato domandarsi se sia sostenibile non chiedere un contributo minimo a chi detiene enormi quantità di superfluo per alleviare chi manca dell’indispensabile. Non si tratta di punire o di alimentare l’odio sociale (data la ristrettissima platea interessata), ma di difendere la pace civile e la coesione.

La crisi della democrazia: la disuguaglianza estrema, la precarietà del ceto medio e la rabbia sociale che attraversa le città non sono fenomeni isolati, ma capitoli di un’unica storia. La democrazia costituzionale si fonda su una promessa: che il sistema garantisca a tutti una quota di prosperità e una possibilità di riscatto. Quando questa promessa si incrina, la legittimazione democratica si consuma, aprendo la strada alla polarizzazione tra chi si ribella e chi invoca la repressione.

27 ottobre 2026