Francesca Paci ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui parla delle elezioni in Israele sul filo del rasoio. Almeno 50 mila in arrivo dall’estero, possono spostare circa 4 seggi.
Scrive Paci: “Mai come stavolta, gli israeliani residenti all’estero stanno tornando a casa per votare, un diritto che può essere esercitato solo in presenza. Stime approssimative parlano per ora di almeno 50 mila persone, il 6% di quanti vivono fuori, un tassello minimo rispetto ai 7, 3 milioni di elettori totali eppure potenzialmente cruciale: con i due schieramenti appaiati testa a testa e un sistema proporzionale con la soglia di sbarramento che corrisponde a circa 4 seggi sui 120 dell’assemblea anche poche migliaia di schede possono ribaltare lo scenario”.
E prosegue: “«È l’elezione più critica, determinerà il futuro d’Israele ma anche il suo legame con la diaspora» confida a Libération la rabbina liberal Delphine Horvilleur, emigrata a Parigi dopo l’assassinio del Nobel per la Pace Yitzhak Rabin. È in partenza anche lei: «Nel 1996 scelsi Shimon Peres e fu eletto Netanyahu, è stata la mia ultima volta. Rabin era stato ucciso da un estremista ebreo che si definiva sionista come me, non potevo restare. Dopo trent’anni torno per sostenere chi crede ancora nel sogno della coesistenza e gli amici che proteggono i palestinesi affiancandoli nei campi».Quando martedì notte le prime proiezioni abbozzeranno la 26ª Knesset, il parlamento israeliano, anche il fattore “esterno” peserà sulla bilancia. Prevedibilmente, in una delle società più polarizzate sul fronte politico, una parte si esprimerà per la maggioranza del premier e leader ventennale del Likud Benjamin Netanyahu, detto Bibi, come gli haredim, pronti di norma a lunghi viaggi per sostenere i partiti ultraortodossi Shas e United Torah Judaism“.
Per concludere: “«Quella del 27 ottobre sarà la consultazione più carica di conseguenze della storia israeliana» ragiona la politologa Yael Shomer, ricercatrice all’Israel National Election Studies. Prova ne sia il tam tam che corre sui social: «Un numero insolito di persone sta rientrando dall’estero, compresi tanti partiti dopo il 7 ottobre. Sono giovani, istruiti e laici: il profilo dell’elettore di destra o dell’opposizione». Uno studio recente dell’Università di Tel Aviv mostra come almeno 50 mila israeliani siano emigrati nel 2025, la punta più alta dell’esodo iniziato nel 2023″.
«La carica della diaspora israeliana: torniamo per un voto esistenziale»
L’articolo racconta un fenomeno insolito in vista delle elezioni israeliane del 27 ottobre: migliaia di cittadini israeliani residenti all’estero stanno tornando in patria per votare, convinti che il risultato determinerà il futuro politico, democratico e internazionale di Israele.
1. Cinquantamila israeliani pronti a tornare per votare
Secondo le stime citate da Francesca Paci, almeno 50 mila israeliani residenti all’estero intendono rientrare per partecipare alle elezioni. In Israele, infatti, il voto dall’estero può essere esercitato soltanto in presenza, con alcune eccezioni per categorie specifiche.
Si tratta di una quota limitata rispetto ai circa 7,3 milioni di elettori, ma potenzialmente decisiva: con i due schieramenti molto vicini nei sondaggi e una soglia di sbarramento che può determinare l’assegnazione di diversi seggi, anche poche migliaia di voti potrebbero modificare gli equilibri parlamentari.
2. Il voto come difesa della democrazia
Molti degli israeliani che rientrano non considerano il voto una semplice scelta tra partiti, ma un modo per difendere i principi fondamentali dello Stato.
L’articolo riporta la testimonianza di Devora Liss, trasferitasi in Canada con la famiglia. Ha deciso di affrontare una spesa di 1.400 dollari per tornare a Gerusalemme, perché ritiene che il governo abbia allontanato il Paese dalla democrazia e reso sempre più difficile persino discutere di pace.
La sua critica riguarda soprattutto la gestione della guerra a Gaza e la mancata disponibilità del premier Benjamin Netanyahu a mettere in discussione la propria coalizione pur di arrivare a una conclusione del conflitto e salvare gli ostaggi.
3. La diaspora sostiene soprattutto il cambiamento
Secondo i sondaggi citati nell’articolo, una parte consistente degli israeliani all’estero, come degli elettori con più di cinquant’anni, si orienterebbe verso il cosiddetto blocco del cambiamento, composto da forze politiche diverse per storia e ideologia.
Tra i suoi esponenti figurano:
- Yair Golan, espressione della sinistra democratica;
- Naftali Bennett, della destra religiosa;
- Avigdor Lieberman, della destra laica;
- Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore, considerato una figura autorevole del centrodestra.
Quest’ultimo emerge come uno dei principali avversari politici di Netanyahu. La coalizione che lo sostiene, tuttavia, è eterogenea e dovrà confrontarsi con differenze significative al proprio interno.
Non tutta la diaspora è contraria al premier: una parte sostiene Netanyahu e i partiti ultraortodossi, i cui elettori sono spesso disposti a viaggiare per partecipare al voto.
4. Il legame con Israele e il trauma del 7 ottobre
Il ritorno alle urne assume anche un significato identitario. La rabbina liberal Delphine Horvilleur, emigrata a Parigi dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin, torna a votare dopo trent’anni.
La sua scelta è legata alla volontà di sostenere chi continua a credere nella coesistenza tra israeliani e palestinesi, anche attraverso iniziative di solidarietà con le comunità palestinesi.
L’articolo evidenzia inoltre un dato significativo: nel 2025 almeno 50 mila israeliani avrebbero lasciato il Paese, secondo lo studio dell’Università di Tel Aviv citato da Paci. L’esodo, iniziato nel 2023, alimenta interrogativi sul rapporto tra la crisi politica, la guerra e la fiducia nel futuro nazionale.
5. Le polemiche sulle possibili limitazioni al voto
Il quotidiano Haaretz ha riferito che alcuni funzionari del ministero dei Trasporti avrebbero discusso la possibilità di limitare i voli in arrivo all’aeroporto Ben Gurion in prossimità delle elezioni. Il Likud avrebbe inoltre esercitato pressioni per impedire l’utilizzo di abitazioni private destinate a ospitare gratuitamente gli elettori di ritorno.
Si tratta di accuse e ricostruzioni giornalistiche, non di una prova che siano state effettivamente introdotte restrizioni. La vicenda, tuttavia, mostra quanto il voto della diaspora sia diventato politicamente sensibile.
6. Un Parlamento nel quale ogni voto può contare
Secondo l’analisi di Chatham House richiamata nell’articolo, almeno dieci partiti potrebbero superare la soglia elettorale. In un sistema proporzionale frammentato, il risultato dipenderà quindi non soltanto dai voti complessivi dei due schieramenti, ma anche dalla distribuzione dei consensi tra le singole liste.
La diaspora potrebbe contribuire a modificare l’assegnazione di alcuni seggi, ma non è possibile dedurre dai numeri citati quale sarà l’esito finale.
Il significato politico dell’articolo
Il punto centrale dell’analisi di Francesca Paci è che le elezioni vengono percepite da una parte degli israeliani come una scelta sul futuro stesso del Paese, non soltanto come un giudizio sull’operato del governo.
Emergono tre questioni fondamentali:
- Democrazia e istituzioni: una parte degli elettori teme un indebolimento dello Stato di diritto e dei principi democratici.
- Guerra e pace: la gestione del conflitto di Gaza e il destino degli ostaggi hanno inciso profondamente sulla fiducia nel governo.
- Identità nazionale: il ritorno degli emigrati dimostra che la distanza fisica da Israele non elimina il coinvolgimento politico; può anzi rafforzarlo nei momenti di crisi.
Il dato più significativo è il contrasto tra due fenomeni: da una parte, l’emigrazione di cittadini che non vedono prospettive soddisfacenti nel Paese; dall’altra, il ritorno temporaneo di molti di loro per cercare di influenzarne il futuro attraverso il voto.
In conclusione, l’articolo descrive una società fortemente polarizzata, nella quale la partecipazione elettorale assume un valore che va oltre la normale competizione tra partiti. La diaspora non è necessariamente omogenea nelle sue preferenze, ma una parte dei suoi membri considera questa consultazione un passaggio decisivo per il rapporto tra Israele, la democrazia e la prospettiva di una convivenza con i palestinesi.
24 ottobre 2026





