Nel Vecchio Continente, in questa Vecchia Europa, i paesi cosiddetti frugali propongono politiche economiche piuttosto diverse dai Paesi che si trovano sul fronte del Mediterrano. L’Unione Europea è alle prese con la predisposizione del bilancio pluriennale, della serie la confusione è tanta e le aspettative dei cittadini europei rischiano di essere disattese.
I Paesi frugali: disciplina e responsabilità nazionale
Paesi come Paesi Bassi, Svezia, Danimarca e Austria tendono a privilegiare il controllo della spesa europea, la prudenza nell’indebitamento comune e la responsabilità dei singoli governi nel gestire i conti pubblici.
La loro obiezione è comprensibile: non vogliono che i propri contribuenti paghino sistematicamente per le difficoltà finanziarie altrui. Ma questa posizione rischia di sottovalutare quanto le economie europee siano interdipendenti.
I Paesi mediterranei: investimenti e maggiore solidarietà
Italia, Spagna, Grecia e Portogallo hanno interessi spesso convergenti nel chiedere più risorse per infrastrutture, coesione territoriale, occupazione, transizione energetica e sostegno alle economie più vulnerabili.
Non sono però un blocco omogeneo: la Spagna, per esempio, presenta una dinamica di crescita diversa da quella italiana. E neppure tutti i Paesi mediterranei condividono le stesse priorità di bilancio.
Entrambe le posizioni contengono una parte di verità, ma diventano sbagliate quando vengono trasformate in principi assoluti.
La disciplina dei conti pubblici è necessaria. Ma il rigore non può diventare un alibi per rinviare investimenti che servono all’intera Europa. Allo stesso modo, chiedere più risorse comuni è ragionevole, ma non può significare spendere senza valutare risultati, priorità e sostenibilità.
2. Il bilancio 2028-2034: i numeri spiegano la confusione
La situazione attuale conferma le tue preoccupazioni. Il bilancio pluriennale europeo, il cosiddetto Quadro finanziario pluriennale, dovrebbe stabilire le risorse e le priorità dell’Unione per sette anni, dal 2028 al 2034.
Ecco i passaggi più significativi.
Proposta iniziale della Commissione europea
1.760 miliardi €
Circa l’1,26% del reddito nazionale lordo europeo, secondo la proposta presentata nel luglio 2025.
Proposta negoziale della presidenza irlandese — ottobre 2026
1.620 miliardi €
Una riduzione di circa 141 miliardi rispetto alla proposta della Commissione, pari a un taglio dell’8%.
La difficoltà politica
La proposta ridotta non soddisfa né i governi frugali, che chiedono tagli molto più consistenti, né il Parlamento europeo, che la considera poco ambiziosa. Anche i Paesi interessati a preservare i fondi agricoli e di coesione temono di perdere risorse.
Questo è il punto più interessante: la riduzione della proposta non ha prodotto un compromesso condiviso. Ha soltanto spostato il terreno dello scontro.
E il problema non è solo quanto spendere. È anche dove spendere, chi deve pagare e quali politiche sacrificare.
- Competitività e innovazione: l’Europa deve recuperare terreno rispetto a Stati Uniti e Cina.
- Difesa e sicurezza: le nuove tensioni internazionali richiedono risorse aggiuntive.
- Agricoltura e coesione: territori, agricoltori e regioni meno sviluppate temono di essere penalizzati.
- Transizione energetica e infrastrutture: servono investimenti per ridurre i costi dell’energia e rendere le imprese europee più competitive.
Il rischio è che ogni governo difenda il proprio capitolo di spesa, ma nessuno riesca a finanziare adeguatamente una strategia comune.
3. La contraddizione più grave: più Europa nelle parole, meno Europa nei mezzi
Qui si trova il vero nodo politico.
L’Unione chiede agli Stati di affrontare contemporaneamente la concorrenza tecnologica, la crisi industriale, la difesa, la transizione climatica e le disuguaglianze territoriali. Ma i governi nazionali devono anche fare i conti con debiti pubblici elevati, esigenze sociali e vincoli di bilancio.
Se tutte queste priorità vengono considerate urgenti, non si può pensare che basti ridistribuire un bilancio europeo limitato per risolverle.
22 ottobre 2026
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