Massimo Nava ha pubblicato un articolo sul Corriere della Sera, analizzando il caso francese, sotiene che la crisi ormai presenta il conto alle forze politiche miopi di fronte alle ragioni di un malcontento e di una rabbia trasversali.
Scrive Nava, riferendosi al presidente della repubblica francese, Macron: ”Massimo responsabile quest’ultimo del fallimento, sia per la natura stessa del modello francese, di cui il presidente/monarca è vertice e bersaglio assoluto della piazza, sia per la gestione delle proteste di piazza a ripetizione (dai gilet gialli alla mobilitazione degli studenti) sia per la gestione delle crisi politiche, anch’esse a ripetizione, in cui sono stati bruciati governi, ministri e primi ministri nel corso del quinquiennato. Ma il fallimento presenta il conto anche alle forze politiche, impegnate in una campagna elettorale all’ultimo sangue per le presidenziali di primavera e per questo colpevolmente miopi di fronte alle profonde ragioni sociali ed economiche di un malcontento e di una rabbia diffusi, trasversali alle categorie di lavoratori, espressi in prima linea da una generazione di giovani che si sentono derubati del loro futuro, che chiedono una scuola migliore, che si mobilitano per la pace e per i diritti oggi calpestasti in tutti il mondo”.
E prosegue: ”Il fenomeno coinvolge in prima linea la Francia, ma come si è visto a Milano, si sta allargando nelle principali città europee. Nulla lo giustifica, ma va compreso nella sua genesi, ammesso che sia ancora possibile la cura. Donald Trump e la destra populista di casa nostra lo liquida con i soliti fantasmi dell’immigrazione incontrollata e dell’islamismo delle periferie. Se guardiamo gli obiettivi dei saccheggi — soprattutto i negozi di articoli sportivi e telefonini, le vetrine del lusso, gli incendi di automobili — questi comportamenti organizzati s’iscrivono piuttosto in una reazione violenta al senso collettivo di esclusione di molti giovani e all’impossibilità di possedere legalmente simboli di consumo. La rete social contribuisce sia all’organizzazione dei vandalismi sia alla deresponsabilizzazione dei protagonisti, poiché il gruppo protegge, consente azioni che individualmente sarebbero impossibili, garantisce spesso impunità”.
Il tema centrale
Per Massimo Nava, la crisi francese è il risultato di un fallimento politico e istituzionale, aggravato dall’incapacità delle forze politiche di comprendere le cause profonde del malcontento sociale. I disordini e le violenze sono soltanto la manifestazione più visibile di una frattura che attraversa la società e che rischia di favorire gli estremismi.
I punti principali
1. Macron è il principale responsabile politico.
Il presidente francese è il primo bersaglio della protesta, anche per un sistema istituzionale fortemente personalizzato, nel quale il capo dello Stato concentra potere e responsabilità. La gestione ripetutamente problematica delle manifestazioni e delle crisi di governo ha indebolito la credibilità delle istituzioni. Le dimissioni offerte dal ministro dell’Interno, poi respinte da Macron, rappresentano un segnale della gravità della situazione.
2. I partiti inseguono le elezioni invece di affrontare i problemi.
In vista delle presidenziali di primavera, le forze politiche sono assorbite da rivalità personali, divisioni interne e candidature concorrenti. Manca una proposta credibile per la Francia del futuro. A pagare il prezzo di questa miopia sono soprattutto i cittadini che chiedono risposte concrete ai problemi economici e sociali.
3. Il disagio giovanile è una delle radici della crisi.
Molti giovani si sentono esclusi, privati delle prospettive di un futuro migliore e insoddisfatti della qualità della scuola e delle opportunità disponibili. Nava sottolinea che le violenze non possono essere giustificate, ma devono essere comprese nelle loro cause.
I saccheggi di negozi di articoli sportivi, telefonini e beni di lusso possono esprimere anche una reazione aggressiva all’esclusione sociale e all’impossibilità di accedere ai simboli del consumo. I social network facilitano l’organizzazione delle violenze e, attraverso la forza del gruppo, riducono il senso di responsabilità individuale.
4. Gli estremismi si rafforzano a vicenda.
Due protagonisti agli estremi dello spettro politico francese
Jean-Luc Mélenchon — estrema sinistra
Sfrutta politicamente la protesta, presentandosi come interprete della rabbia sociale.
Marine Le Pen — estrema destra
Promette ordine e sicurezza, ma trae vantaggio proprio dal caos e dalla sfiducia nelle istituzioni. Nava ricorda anche la sua condanna per distrazione di fondi pubblici, che ne compromette la legittimazione politica.
Intanto, la violenza oscura mediaticamente le manifestazioni pacifiche di studenti e sindacati, rendendo più difficile distinguere le rivendicazioni legittime dai comportamenti criminali.
5. La risposta del governo arriva tardi e rischia di essere insufficiente.
Macron e il governo promettono contemporaneamente repressione e ascolto sociale: da una parte, punizioni esemplari e processi rapidi; dall’altra, attenzione alle rivendicazioni dei manifestanti. Ma la pausa delle proteste non equivale a una soluzione. Nava prevede che la tensione possa riaccendersi, mentre l’avvicinamento alle elezioni alimenterà lo scontro politico.
6. La crisi francese è anche una crisi europea.
Il fenomeno non riguarda soltanto la Francia: episodi di violenza e tensioni sociali emergono anche in altre città europee. Per Nava, ridurre tutto all’immigrazione incontrollata o all’islamismo, come fanno alcuni esponenti della destra populista, significa evitare un’analisi più profonda delle cause sociali e del senso di esclusione.
A rendere ancora più fragile la Francia contribuiscono il debito pubblico, l’indebolimento della fiducia nello Stato e l’assenza di una direzione politica riconosciuta.
La conclusione di Nava
La Francia rischia di consegnarsi all’estrema destra non necessariamente perché i cittadini condividano integralmente il suo programma, ma perché le forze politiche tradizionali non riescono più a offrire sicurezza, protezione sociale e prospettive credibili.
L’ipotesi di riforme istituzionali, fino all’eventuale passaggio a una Sesta Repubblica, segnala la profondità della crisi: non è in discussione soltanto chi governerà, ma anche la capacità delle istituzioni di rappresentare la società.
Il significato politico dell’articolo
Il punto più interessante è che Nava distingue implicitamente tre crisi che si alimentano reciprocamente:
- Crisi sociale: giovani e lavoratori che non si sentono ascoltati e temono di perdere opportunità e protezioni.
- Crisi istituzionale: uno Stato che non riesce a garantire contemporaneamente sicurezza, coesione e fiducia.
- Crisi della rappresentanza: partiti più concentrati sulla competizione elettorale che sulla soluzione dei problemi.
La violenza è dunque un problema immediato di ordine pubblico, ma non esaurisce la questione politica. Reprimere i reati è necessario; pensare che basti la repressione per ricostruire la fiducia sarebbe un errore.
La contraddizione più grave è che gli estremisti possono beneficiare del fallimento che denunciano o sfruttano: l’estrema sinistra capitalizza la rabbia, l’estrema destra promette ordine e sicurezza, mentre i partiti tradizionali perdono credibilità.
La lezione va oltre la Francia: quando le istituzioni non rispondono ai bisogni reali dei cittadini, la democrazia rischia di indebolirsi dall’interno. Il malcontento non conduce automaticamente all’estremismo, ma può diventare terreno fertile per chi propone soluzioni semplicistiche e individua nemici anziché affrontare i problemi.
In definitiva, la responsabilità di una democrazia non consiste soltanto nel mantenere l’ordine, ma nel prevenire le condizioni che fanno perdere ai cittadini la fiducia nello Stato e nella politica. È questa, più dei danni materiali, la posta in gioco descritta da Nava.
21 ottobre 2026





