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Esteri

Il Qatar e l’ospitalità del terrore

di Antonello Catani

Su vari fronti si assiste a una deliberata e metodica mistificazione dei fatti, abilmente propalata grazie alla complicità di docili o interessati social media. Uno degli esempi sono le veementi reazioni di condanna nei confronti dell’operazione punitiva di Israele a Doha, mirante all’eliminazione dei dirigenti di Hamas, da decenni ospiti del Qatar. Il disinvolto cinismo, l’ignoranza e l’ipocrisia in merito sono degni di nota.

      Sono infatti ipocrite le rimostranze del Qatar, che da anni gli stessi vicini sauditi e del Golfo bollano come finanziatore e sostenitore del terrorismo islamico. Il fatto che da decenni tale Stato ospiti con tutti gli onori e favori i dirigenti di Hamas, artefici e menti delle varie operazioni terroristiche in Israele, assieme agli Hizbollah libanesi, rende quindi le suddette rimostranze quasi esilaranti per la loro impudenza. Sono inoltre note le colossali donazioni a università americane che, per una sintomatica coincidenza, sono state teatro di virulente manifestazioni contro Israele. Da notare ancora che proprio in questi giorni cadeva l’anniversario dell’attacco alle Torri gemelle del 2011, uno dei cui principali organizzatori era il cittadino pakistano nato in Kuwait, Khalid Shaikh Mohammed, protetto e finanziato da un eminente membro della stessa famiglia reale del Qatar (Abdullah Bin Khalid al-Thani). Anche qui, la collusione della famiglia reale del Qatar con operazioni terroristiche è passata curiosamente sotto silenzio.

      Che quindi tale Stato, senza che nessuno protesti, si sia attribuito il ruolo di innocente mediatore è nuovamente dovuto alla strisciante ipocrisia e all’opportunismo che caratterizzano l’atteggiamento delle nazioni occidentali nei confronti degli Stati del Golfo. Il Fascino del Petrolio impera e prevale. Ulteriore esempio del suddetto cinismo è del resto la curiosa disattenzione europea e americana nei confronti delle condizioni schiavistiche e oppressive dei lavoratori stranieri in Qatar grazie al comodo istituto di adozione legale chiamato Kafàla. Condizioni analoghe sono del resto ancora operanti in molti Stati della Penisola araba, dove la stessa schiavitù in quanto tale era ancora diffusa fino a non molti decenni fa. Impossibile poi dimenticare la presenza della gigantesca base militare americana a Doha. Come dire che gli Stati Uniti mantengono disinvoltamente un rapporto privilegiato con uno Stato platealmente sostenitore di Hamas e che gli stessi Arabi del golfo considerano promotore di terrorismo.

       Date anche tali premesse, sia le condanne all’ONU nei confronti di Israele, sia le invelenite e minacciose rimostranze del Qatar mancano di fondamento e sono banalmente spudorate. A suo tempo gli Stati Uniti condussero un’operazione analoga in Pakistan (l’eliminazione di Osama Bin Laden,) ma nessuno si lamentò. Adesso, invece, tutti si agitano e gli Stati arabi minacciano un’azione militare collettiva nei confronti di Israele.

       In un certo senso, dunque, la Storia si ripete e ciò conferma un fatto essenziale, di solito mascherato e dissimulato: fin dalla fine della I Guerra mondiale, il reale obiettivo degli Arabi della regione è stato il rigetto dell’immigrazione ebraica e poi l’eliminazione di Israele come Stato sovrano. Il conseguente conflitto palestinese è sempre stato una bandiera di facciata, favorita e innescata dalla goffaggine e dal cinismo che condussero alla disinvolta spartizione e frammentazione dei territori dell’ex Impero ottomano.

       I fatti sono ben noti, ma è utile richiamarli.

       Il risultato fu infatti una confusione geografica e politica senza precedenti.  Sorsero così le attuali Giordania e Siria, i cui abitanti, salvo eccezioni, erano e sono poco distinguibili da quelli dei territori litoranei del Libano e della Palestina, dove peraltro vivevano da tempo immemorabile comunità ebraiche, anche se ridotte rispetto al periodo romano precedente la distruzione di Gerusalemme ad opera di Tito (70 d. C.) e la rivolta di Bar Kockba sotto Adriano 137 d.C. Come noto, fu costui a cambiare il vecchio nome di “Giudea” con quello di “Palestina”, verosimilmente per cercare di annullare le radici ebraiche e collegare la regione ai famosi Filistei, che in tempi biblici abitavano l’attuale striscia di Gaza ed erano probabilmente eredi di uno dei cosiddetti “Popoli del mare”, i Peleset. In realtà, con l’invasione assira della fine del VI secolo a. C. i Filistei scompaiono dagli annali della Storia, mentre gli Ebrei conobbero la famosa cattività, durata fino al 538 d. C. quando Ciro il Grande permise agli Ebrei di lasciare Babilonia. Da allora in poi e soprattutto con le invasioni arabe del VII secolo, la regione subì una progressiva arabizzazione e islamizzazione, così come avvenne nel Nord Africa e in parte anche in Egitto. Ebrei ed Arabi continuarono così a vivere a contatto di gomito, ma i cosiddetti Palestinesi come distinta entità etnica e nazionale non esistevano né esistono tuttora. La loro tragedia è il loro essere vittime di Hamas, che li usa come schermo fisico,  e quello di essere un cinico strumento di demonizzazione di Israele da parte degli Stati islamici della regione.

       Molti dimenticano che nel 1947 le Nazioni Unite adottarono una risoluzione che prevedeva la spartizione del territorio della Palestina in due Stati separati. Essa fu accettata dagli Ebrei ma respinta dagli Arabi della regione. Quella dei due Stati, adesso diventata una bandiera mondiale, è dunque un’idea vecchia ma sostanzialmente mistificante. Essa non elimina il radicato rigetto ideologico, diffuso in molti strati dell’opinione pubblica arabo-islamica, dell’esistenza di Israele come legittimo Stato sovrano ed è semplicemente un trampolino per ulteriori opportunità aggressive nei confronti di quest’ultimo. Chi ne dubitasse, dovrebbe considerare che la viabilità economica e politica di un eventuale Stato palestinese sarebbe nulla senza il continuato intervento proprio di quegli Stati che con le loro incessanti donazioni hanno per anni facilitato o promosso il terrorismo islamico. Inoltre, visto che Gaza è separata dall’Autorità palestinese, l’eventuale nuovo Stato sarebbe in realtà composto da due territori geograficamente separati. Un pasticcio geografico oltre che economico-politico.

       Se ora ritorniamo alle rimostranze del Qatar e alla levata di scudi nei confronti di Israele, dovrebbe apparire chiaro come esse mascherino il cuore del problema e caso mai confermano, con l’esplicita protezione e ospitalità per dei banali terroristi, l’obiettivo di molti Arabi della regione: l’eliminazine fisica di Israele. Che esso corrisponda a progetti realmente sentiti o piuttosto a una strumentazione propagandistica per soddisfare il radicato fanatismo delle masse, la sostanza non cambia. Il risentimento e l’astio nei confronti di Israele covano nelle viscere del mondo islamico fin dai tempi del Profeta. Paradossalmente, Israele, la cui tradizione biblica è sotto molti punti vista fonte di buona parte della fede islamica, rimane colpevole per non essersi convertita, allo stesso modo dei Cristiani. Aggiungiamo a ciò il successo tecnologico e industriale di Israele e il suo assetto politico democratico, rispetto allo strisciante regime feudale di molti Stati arabi e alla loro dipendenza tecnologica e industriale dall’Occidente, e troveremo un ulteriore motivo di dissimulato astio nei confronti di Israele.  In altre parole, la Palestina e Gaza sono un pretesto. Ciò vale ovviamente anche per l’esasperata politica nazionalista e espansionistica della Turchia di Erdogan, anch’essa protettrice di Hamas e auto-proclamata difensore dell’Islàm, dimenticando che gli Ottomani invasero tali territori e li trattarono come colonie da rapina.

       Ritornando nuovamente al nostro tema di fondo, se si spogliano gli eventi attuali dalle loro cornici di comodo, l’unica sensata conclusione è che l’operazione chirurgica di Israele a Doha era il minimo che il regime del Qatar potesse meritare. Sostanzialmente un gesto da gentiluomini, visto che l’obiettivo erano solo i dirigenti di Hamas e non anche i loro protettori.

       Si tratta di vedere se le bellicose dichiarazioni dei vari notabili arabi che si sono riuniti a Doha per esprimere la loro condanna, assieme a quello pakistano e all’instancabile Recep Erdogan, saranno seguite da reali ritorsioni militari. Se ciò avvenisse, veramente la Storia dei conflitti (nel 1948 e nel 1967) fra Israele e mondo arabo potrebbe ripetersi, ma questa volta con riverberi ed effetti più estesi e incomparabilmente più devastanti.