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Economia

L’Italia non è povera, è improduttiva

Mauro Magatti ha pubblicato un editoriale nel quale fa alcune considerazioni estremamente interessanti. Sottolinea che quando si misura la ricchezza privata delle famiglie l’Italia si colloca ai vertici delle classifiche internazionali. In effetti, il nostro è il Paese più ricco in termini di patrimonio privato accumulato rispetto al flusso di reddito annuo (passato in cinquant’anni dal 250 a oltre il 700% del reddito nazionale netto).

Scrive Magatti: ”Questa crescita ha implicazioni evidenti anche sul profilo dell’indebitamento nazionale complessivo. Sebbene il debito pubblico sia tra i più elevati al mondo, il basso livello di indebitamento delle famiglie e delle imprese compensa in larga misura tale squilibrio. Al punto che il debito aggregato italiano (pari al 232% del Pil) risulta inferiore a quello di economie considerate molto più solide (come la Francia che è al 354% o gli Stati Uniti al 252% e persino la Svizzera che è al 278%). L’Italia non è un Paese povero. È un Paese ricco che fatica a trasformare la propria ricchezza privata in prosperità collettiva.”.

E prosegue: ”Dal punto di vista sociale, ciò si traduce nell’aumento delle disuguaglianze. Secondo Banca d’italia, tra il 2011 e il 2025 il 10% più ricco è passato dal controllare poco più della metà della ricchezza a quasi i due terzi. Con la stagnazione dei salari, cresce la quota di popolazione che vive condizioni di precarietà economica e sociale. Le conseguenze sul piano politico sono note: quando una parte della popolazione percepisce che il sistema non offre più opportunità di miglioramento, aumenta il risentimento sociale. Che è poi il terreno ideale per la crescita di movimenti populisti sempre più estremisti”.

Per concludere: ”Per rilanciarsi, la domanda che l’Italia deve porsi è come trasformare la sua grande ricchezza privata in sviluppo, innovazione e coesione sociale. È questa una delle sfide che il Paese dovrà affrontare nei prossimi 5 anni. Sarebbe auspicabile che, nei prossimi mesi, il dibattito elettorale si misurasse sulle soluzioni da approntare, spiegando ai cittadini quale idea di sviluppo si intende perseguire e quale futuro immagina per un Paese che continua a essere ricco, ma che fatica sempre più a sentirsi prospero”.

Il paradosso della ricchezza italiana: l’Italia non è un Paese povero; al contrario, la ricchezza privata delle famiglie è ai vertici internazionali e il patrimonio accumulato supera il 700% del reddito nazionale netto. Inoltre, il basso indebitamento di famiglie e imprese compensa l’alto debito pubblico, rendendo il debito aggregato italiano (232% del PIL) inferiore a quello di economie come Francia, Stati Uniti e Svizzera.

La mancata conversione in prosperità pubblica: il vero problema è l’incapacità di trasformare la ricchezza privata in benessere collettivo. Mentre i privati accumulano, il sistema pubblico si impoverisce in termini di servizi, infrastrutture, innovazione e investimenti. La ricchezza si orienta verso attività a basso rischio e rendite (come il settore immobiliare) anziché verso investimenti produttivi, complice un carico fiscale che penalizza il lavoro a vantaggio di patrimoni e successioni.

Le conseguenze sociali e politiche: questa situazione aumenta le disuguaglianze (il 10% più ricco controlla ormai quasi i due terzi della ricchezza) e causa la stagnazione dei salari. La conseguente precarietà alimenta il risentimento sociale, che diventa terreno fertile per i movimenti populisti ed estremisti.

L’inefficacia della patrimoniale: di fronte a questo scenario, l’introduzione di una tassa patrimoniale è considerata una risposta sbagliata. Pur muovendosi da una questione giusta, non tocca la radice del problema e rischia di aggravare il corto circuito tra sfera pubblica e privata.

La vera sfida culturale ed economica: la soluzione risiede nel superare la contrapposizione culturale tra interesse privato e pubblico. La crescita e la coesione sociale si rigenerano solo quando il profitto privato trova convenienza nell’investire in attività con benefici collettivi, e quando le istituzioni creano un contesto favorevole per chi innova e crea lavoro.

La metafora calcistica e l’appello alla politica: come una squadra di calcio non vince solo con l’attacco (famiglie e imprese) ma ha bisogno del centrocampo (istituzioni, infrastrutture, ricerca), così il Paese deve ritrovare equilibrio per non smettere di crescere. Magatti conclude auspicando che questa sfida – trasformare la ricchezza in sviluppo e innovazione – diventi il tema centrale del dibattito elettorale dei prossimi mesi.

12 luglio 2026