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Esteri

Guida a un voto storico

Viviana Mazza ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale analizza le elezioni di midterm americane concentrandosi su due questioni fondamentali: come reagirà Donald Trump a un’eventuale sconfitta e quale futuro politico si sta costruendo il Partito democratico.

Scrive Mazza: “Se i repubblicani conservassero almeno il controllo del Senato, Trump potrebbe rivendicare di aver mobilitato la base conservatrice, grazie a una campagna elettorale a tappeto con più eventi di qualsiasi suo predecessore per il midterm. Trump, tuttavia, si sta preparando anche alla sconfitta e ha lasciato intendere come potrebbe reagire. Da una parte, sta già cercando di ribaltare un potenziale verdetto sfavorevole. I tribunali hanno frenato due iniziative: quella del Dipartimento di Giustizia volta a impedire la certificazione dei risultati in Alaska, nel caso di una sconfitta di misura del senatore repubblicano uscente, e quella diretta a escludere dal conteggio in California 20 mila schede che l’amministrazione considera riconducibili a «sospetti non cittadini». In quest’ultimo caso, la Casa Bianca si è già rivolta alla Corte Suprema. Il rischio è di restare impantanati per settimane tra controversie e ricorsi legali”.

E prosegue: “Al fianco di Elsayed sono scesi in campo sia Bernie Sanders sia Barack Obama. Non era scontato: la sinistra temeva che i candidati vittoriosi nelle primarie non ricevessero il pieno sostegno dell’establishment nelle elezioni generali. Ma hanno visto questo sostegno anche per Troy Jackson in Maine e Angie Nixon in Florida. La presenza di Obama, vero barometro politico del partito, accanto a El-Sayed è stata letta come un riconoscimento all’ala progressista d’essere trattata da partner alla pari. Ma il partito democratico sa anche che per vincere deve usare strategie diverse in Stati diversi. In Texas Talarico ha scelto un’altra strada. Pur adottando un messaggio populista, ha evitato di partecipare a un comizio di Bernie Sanders durante la sua visita nello Stato: avrebbe alimentato la narrazione dei rivali, che lo dipingono come un radicale. E gli elettori sembrano averne compreso la scelta. Anche sulle battaglie culturali i democratici texani hanno adottato un profilo più prudente”.

1. Trump e il rischio di una crisi post-elettorale

Trump si prepara a entrambe le possibilità, vittoria e sconfitta, ma non sembra intenzionato ad accettare facilmente un risultato sfavorevole.

  • Ha già cercato di contestare alcune procedure elettorali, attraverso iniziative legali in Alaska e California, alcune delle quali bloccate dai tribunali.
  • Il ricorso alla Corte Suprema potrebbe prolungare le controversie e alimentare settimane di incertezza.
  • Se i democratici conquistassero una o entrambe le Camere, potrebbero aprire numerose indagini sull’amministrazione Trump.
  • Trump potrebbe reagire esercitando il proprio potere di veto, ricorrendo ai poteri esecutivi e concedendo grazie preventive ad alcuni suoi alleati, tra cui Elon Musk.

Si prospetterebbero quindi due anni di forte conflittualità istituzionale, con scontri legislativi, indagini e persino un possibile nuovo impeachment, sebbene con poche probabilità di successo.

2. I democratici cercano una nuova identità

La seconda grande questione riguarda il futuro del Partito democratico, che sembra aver ritrovato energia e capacità organizzativa rispetto alle campagne precedenti.

Emergono tre figure particolarmente interessanti:

  • Abdul El-Sayed, in Michigan, rappresenta un banco di prova per la sinistra progressista.
  • James Talarico, in Texas, cerca di conciliare un messaggio populista con un’immagine più moderata.
  • Jon Ossoff, in Georgia, sperimenta un linguaggio vicino alla sinistra radicale, soprattutto nella critica alle grandi corporation, cercando però di raggiungere un elettorato più ampio.

Il punto centrale è il tentativo di superare la contrapposizione tra la leadership democratica tradizionale, considerata da una parte dell’elettorato poco incisiva, e il progressismo più radicale rappresentato da Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani.

3. Un partito più unito, ma con strategie diverse

Una novità importante è la maggiore collaborazione tra le diverse anime democratiche.

Il sostegno di figure come Barack Obama e Bernie Sanders a candidati progressisti, tra cui El-Sayed, segnala una maggiore disponibilità dell’establishment a riconoscere il peso della sinistra interna.

Tuttavia, i democratici hanno capito che non esiste una strategia valida per tutti gli Stati:

  • In Michigan si è cercata una convergenza tra progressisti e leadership tradizionale.
  • In Texas Talarico ha adottato un approccio più prudente, evitando di essere identificato esclusivamente con la sinistra radicale.
  • Sulle questioni culturali, come aborto, armi e diritti LGBTQ, i democratici texani hanno mantenuto un profilo meno esposto.
  • L’economia è diventata il tema centrale della campagna, per non perdere il sostegno degli elettori moderati.

L’obiettivo è mantenere unita la base progressista senza allontanare gli elettori indipendenti e moderati.

Il significato politico delle elezioni

L’articolo individua un paradosso che riassume l’intera situazione:

Trump si prepara a perdere.

Cerca di tutelarsi preventivamente da una possibile sconfitta e di mantenere il controllo politico anche attraverso i poteri presidenziali.

I democratici si preparano a vincere.

Cercano una nuova identità, ricompongono le divisioni interne e sperimentano strategie per tornare competitivi.

La tesi centrale dell’autrice

Queste elezioni non sono soltanto un referendum sull’operato di Trump, ma rappresentano un passaggio decisivo per il futuro della democrazia americana e dei due principali partiti.

Da una parte c’è un presidente che potrebbe mettere in discussione il risultato elettorale e utilizzare tutti gli strumenti istituzionali a sua disposizione per limitare l’opposizione. Dall’altra c’è un Partito democratico che sta cercando di ridefinirsi, superando le proprie divisioni e trovando un equilibrio tra progressismo e moderazione.

La vera incognita, conclude Viviana Mazza, non è soltanto chi vincerà queste elezioni, ma quale assetto politico emergerà nei due anni successivi.

3 novembre 2026