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Economia

Meloni e quattro anni di non governo per mancanza di coraggio

Una domanda di un cittadino che ama la politica e che non sopporta gl insulti di questa maggioranza di governo italiana che non riesce a riconoscere di avere portato il Paese sull´orlo del baratro (es. “Siete dei poveri comunisti”, rivolto dalla ministra dell´Università Anna Maria Bernini a degli studenti che la contestavano). Gli indicatori economici sono quasi tutti negativi, siamo ultimi nell´Unione Europea, il debito pubblico continua la sua ascesa (oltre 300 miliardi di euro, lo pagheranno i nostri figli e i nostri nipoti), decine di migliaia di ragazzi fuggono all´estero ogni anno, la produzione stagna e… udite udite il governo gongola! Ma di che? Se i giovani italiani nel 2027 si recassero in massa alle urne, come hanno fatto in Serbia, si verificherebbe un vero ribaltone, perchè questi politici del centro-destra hanno fallito. Avevano intenzione di riscrivere la storia e non ne hanno avuto la capacità. Avenano urlacchiato all´Ue che la pacchia era finita, ma non sembra che il leit motiv abbia funzionato. Diremmo che la pacchia è finita per l´Italia. Se non si fanno le riforme liberali che sono indispensabili non si va da nessuna parte. Nel Belpaese ci sono troppe corporazioni protette e la maggioranza dei concittadini in grande difficoltà. Che si può dire di questo abbozzo di analisi?

Si deve partire da una questione fondamentale: la distanza tra la narrazione politica di un governo e la vita concreta dei cittadini. Un esecutivo può rivendicare la propria stabilità, celebrare alcuni risultati e dichiararsi soddisfatto; ma la valutazione del suo operato deve misurarsi anche con la crescita economica, il debito pubblico, le opportunità offerte ai giovani, i salari e la qualità dei servizi pubblici.

C’è poi un secondo aspetto che considero centrale in queste riflessioni: il rapporto tra politica e il rispetto delle istituzioni. Si può criticare duramente un governo, così come un governo può contestare l’opposizione. Ma gli insulti non sostituiscono gli argomenti, e il dissenso non dovrebbe essere trattato come un atto di ostilità verso il Paese.

Si può provare ad esaminare questo ragionamento distinguendo le preoccupazioni fondate, le affermazioni da verificare e le proposte politiche che meritano di essere approfondite.

1. I numeri danno sostanza a una parte importante delle preoccupazioni dei cittadini-elettori

Le previsioni e i dati ufficiali più recenti consentono di distinguere ciò che è documentato dalle formulazioni più polemiche.

Crescita economica debole

+0,5%

Crescita del PIL prevista per il 2026 dalla Commissione europea, con appena +0,6% nel 2027.

European Commission

Debito pubblico molto elevato

139,9% del PIL

Il rapporto debito/PIL italiano nel secondo trimestre del 2026: il secondo più elevato nell’UE, dopo quello greco.

Giovani che cercano opportunità all’estero

630.000

Giovani tra 18 e 34 anni emigrati dall’Italia nel periodo 2011-2024. Il saldo migratorio netto di questa fascia d’età è stato di −441.000

Questi dati sostengono una parte essenziale della critica: l’Italia soffre di problemi strutturali che non possono essere nascosti dietro la sola stabilità del governo.

C’è però una precisazione importante. Non tutti gli indicatori sono negativi: la Commissione europea prevede per il 2026 una disoccupazione in diminuzione al 5,7% e un deficit pubblico al 2,9% del PIL. Sono miglioramenti da riconoscere, pur senza confonderli con una ripresa robusta.

European Commission

E sul debito distinguerei due cifre: lo stock complessivo, ormai superiore ai 3.000 miliardi di euro, e l’aumento accumulato durante una determinata legislatura. Non sono la stessa cosa. Il punto decisivo è che il rapporto debito/PIL resta molto alto e la sua traiettoria prevista continua a destare preoccupazione.

2. Perché il governo può dirsi soddisfatto mentre tanti cittadini non lo sono?

È una delle contraddizioni più interessanti dell´analisi.

Un governo può rivendicare la durata della legislatura, il numero degli occupati, la riduzione del deficit o alcune agevolazioni fiscali. Sono elementi che vanno verificati uno per uno. Ma il giudizio dei cittadini dipende anche da questioni diverse:

  • Il potere d’acquisto: quanto resta in busta paga dopo l’aumento dei prezzi?
  • La qualità del lavoro: avere un impiego significa anche avere uno stipendio sufficiente, stabilità e prospettive?
  • Le opportunità per i giovani: perché un laureato dovrebbe restare in Italia se altrove trova retribuzioni e percorsi professionali migliori?
  • I servizi pubblici: sanità, scuola, trasporti e tempi della giustizia rispondono alle esigenze delle persone?
  • Il futuro fiscale: quanto spazio rimane per investimenti e servizi quando una parte consistente delle risorse pubbliche serve a pagare gli interessi sul debito?

È qui che la comunicazione politica rischia di entrare in conflitto con la realtà quotidiana. La stabilità di un esecutivo è un mezzo, non un risultato economico e sociale in sé.

29 ottobre 2026

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