Paolo Bertinetti, professore ordinario di Letteratura inglese all’università di Torino, studioso del teatro inglese, della narrativa inglese del Novecento e delle nuove letterature in inglese, ha dedicato i suoi studi ai diari tedeschi di Samuel Beckett, appena pubblicati dalla casa editrice Suhrkamp, mette in luce un aspetto poco considerato della personalità dello scrittore irlandese: la sua precoce e lucida consapevolezza della natura totalitaria e pericolosa del nazismo. Bertinetti ha pubblicato su la Stampa un articolo in cui scrive dei numerosi viaggi che lo scrittore irlandese ha fatto nella Germania nazista nel biennio 1936-37. Le riflessioni di Beckett contenute nei suoi diari sono assai significative dei preparativi che il regime hitleriano stava portando alla Seconda Guerra Mondiale.
Scrive Bertinetti: ”Bechett aveva fatto parte della cellula della Resistenza “Gloria”, collegata al SOE, il servizio segreto di Churchill, ed era sfuggito fortunosamente all’arresto della Gestapo dopo che un prete infiltratosi nella cellula aveva venduto l’intero gruppo alle SS. Nonostante questo, in genere gli studiosi beckettiani hanno dato scarsissimo rilievo al suo impegno politico (aiutati dal fatto che Beckett, com’era nella sua natura, minimizzava il suo operato nella Resistenza), promuovendo l’idea di un intellettuale totalmente concentrato sul suo lavoro di scrittore ed estraneo a tutto ciò che stava al di fuori della sfera artistica. Non è così”.
E prosegue: ”A marzo Beckett giunse a Monaco, ultima tappa del suo viaggio, dove incontrò un gallerista che gli fece vedere alcuni dipinti di Max Beckmann, la cui opera già anni prima era stata marchiata come “decadente” dai nazisti e che pochi mesi dopo dovette lasciare la Germania a seguito della mostra sull’arte “degenerata” organizzata dal regime. Il soggiorno a Monaco non fu però molto soddisfacente e l’incontro forse più significativo fu quello con Karl Valentin, il cabarettista molto apprezzato da Brecht. Il 1° aprile Beckett partì in aereo per l’Inghilterra, convinto della minaccia che la Germania nazista rappresentava per l’Europa. Già pochi giorni dopo il suo arrivo ad Amburgo, ai primi di ottobre, aveva scritto nel suo diario: «Devono combattere presto (o scoppiano)». E in seguito aveva notato come certe parole chiave del regime, da Führer a Blut und Boden (sangue e terra), ripetute incessantemente e accettate dalla maggioranza della popolazione, rivelassero la natura perversa dell’ideologia nazista. «Mi viene da vomitare», aveva scritto in una pagina del diario del gennaio 1937”.
I sei quaderni, scritti durante il viaggio di Beckett in Germania tra settembre 1936 e marzo 1937, dimostrano che egli non era affatto l’intellettuale isolato dalla politica che una parte della critica ha spesso rappresentato. Al contrario, osservò con grande attenzione la realtà della Germania hitleriana e ne intuì la minaccia per l’Europa molto prima che essa diventasse evidente a molti altri.
Il suo interesse iniziale era soprattutto artistico: ad Amburgo, Berlino, Dresda e Monaco visitò musei, gallerie e collezionisti. Proprio attraverso il mondo dell’arte, però, entrò in contatto con gli effetti della dittatura. Artisti e intellettuali erano perseguitati, emarginati o privati della possibilità di esporre; le opere moderne venivano definite «arte degenerata» e spesso sequestrate. Beckett comprese che questa repressione culturale era una manifestazione evidente della natura totalitaria del regime.
Nei diari emerge anche il suo profondo disprezzo per Hitler, Göring e Goebbels, le cui interminabili arringhe suscitavano in lui ironia e repulsione. Beckett osservava inoltre con preoccupazione la diffusione nella società tedesca della propaganda nazista e di parole d’ordine come «Führer» e «Blut und Boden», considerate da lui espressioni di un’ideologia perversa.
Particolarmente significativo è il suo incontro con persone che subivano direttamente il regime, come Willi Grohmann, cacciato dalla direzione di una galleria perché ebreo. La sua scelta di restare in Germania, nonostante le persecuzioni, nasceva dalla convinzione che i nazisti potessero controllare le azioni, ma non necessariamente i pensieri.
La conclusione di Beckett fu netta e profetica. Già nell’ottobre 1936 scriveva: «Devono combattere presto (o scoppiano)», intuendo che la Germania nazista era avviata verso la guerra. Nel gennaio 1937, davanti alla propaganda e alla passività di gran parte della popolazione, annotava semplicemente: «Mi viene da vomitare».
Questa consapevolezza spiega anche il comportamento successivo dello scrittore. Quando, durante la guerra, l’amico Alfred Péron gli propose di entrare nella cellula della Resistenza «Gloria», collegata al servizio segreto britannico, Beckett aderì senza esitazione. Riuscì poi a sfuggire all’arresto della Gestapo e nel 1945 ricevette la Croce di guerra e la Médaille de la Résistance.
In sostanza, Bertinetti mostra come i diari ridimensionino l’immagine di un Beckett esclusivamente concentrato sulla letteratura: già nel 1936-37 lo scrittore aveva compreso la natura distruttiva del nazismo e la sua inevitabile deriva verso la guerra. La sua successiva partecipazione alla Resistenza non fu quindi una scelta improvvisa, ma la conseguenza coerente di una consapevolezza politica maturata molto precocemente.
31 agosto 2026




