Federico Rampini ha pubblicato un editoriale sul Corriere della Sera nel quale invita alla prudenza di fronte alle notizie su una presunta intesa tra Stati Uniti e Iran. Le versioni fornite dai protagonisti sono troppo diverse: Trump parla di una vittoria che porterebbe l’Iran a riaprire lo Stretto di Hormuz e a rinunciare al nucleare; Teheran presenta l’intesa come la fine dell’isolamento economico e delle sanzioni; il Pakistan, mediatore, sostiene che l’accordo coinvolga anche Israele e il Libano. Per l’autore, è quindi prematuro parlare di pace e persino di un vero accordo: occorrerà verificarne il testo e soprattutto la sua applicazione concreta.
Sostiene Rampini: ”Di tutte le questioni irrisolte, una riguarda il regime di Teheran sopravvissuto alla decapitazione di una generazione di leader. Ci sono segnali che l’equilibrio del potere interno si sia spostato dall’ala clericale a quella militare. Se fosse vero, questo avvera uno scenario di cui gli esperti e la diaspora iraniana discutono da anni. Al posto della teocrazia sciita dove comandava un ayatollah, potrebbe subentrare qualcosa di più simile a una dittatura militare, sia pure islamica. I due esempi più noti, nella regione, sono Egitto e Pakistan”.
E aggiunge: ”I militari potrebbero tentare una modernizzazione del Paese, con riforme economiche che riducano le privazioni della popolazione. Forse potrebbero concedere qualcosa alle libertà di costume, ai diritti delle donne, inseguendo aperture già sperimentate a Dubai e in Arabia saudita (monarchie assolute, ma non regimi militari). Una dittatura dei Guardiani della rivoluzione — che sono appunto l’ala armata — potrebbe tentare di attenuare l’estrema impopolarità del regime. Ma non ridurrebbe necessariamente l’imperialismo persiano, l’aggressività verso i vicini (Israele e mondo arabo), il sostegno a milizie terroriste”.
Un eventuale ripristino della navigazione a Hormuz sarebbe certamente positivo per l’economia mondiale, ma non risolverebbe le questioni di fondo né giustificherebbe il conflitto che ha preceduto l’intesa.
Rampini si concentra poi sulle trasformazioni interne dell’Iran. La sopravvivenza del regime dopo l’eliminazione di molti leader potrebbe aver rafforzato l’ala militare rispetto a quella religiosa. In questo scenario, la Repubblica islamica potrebbe evolvere verso una sorta di dittatura militare islamica, capace forse di introdurre alcune riforme economiche e sociali, ma non necessariamente meno aggressiva verso i vicini o meno incline a sostenere gruppi armati nella regione.
L’autore sottolinea tuttavia che è difficile comprendere davvero cosa stia accadendo all’interno dell’Iran, a causa della censura e della repressione. Le proteste degli estremisti contrari all’intesa suggeriscono comunque l’esistenza di forti divisioni interne, che potrebbero compromettere qualsiasi accordo.
Sul fronte americano, Rampini dubita che Trump abbia la forza politica per mantenere nel tempo una pressione militare costante sull’Iran. Richiama il precedente della prima Guerra del Golfo del 1991: una vittoria militare che si trasformò in un lungo coinvolgimento degli Stati Uniti nella regione. Oggi, sostiene, negli USA manca il consenso necessario per un impegno militare prolungato in Medio Oriente.
Per la stabilità futura della regione, l’autore vede come possibile soluzione un maggiore protagonismo dei Paesi arabi sunniti — Egitto, Giordania, Siria e soprattutto le monarchie del Golfo — che considerano anch’essi l’Iran una minaccia. Con il sostegno americano, potrebbe nascere un sistema di deterrenza regionale, in alcuni casi aperto anche alla cooperazione con Israele.
Infine, Rampini evidenzia che anche l’Europa ha interessi diretti nella sicurezza del Medio Oriente, soprattutto per la libertà di navigazione e la sicurezza energetica. Per questo il riarmo europeo non dovrebbe guardare solo alla minaccia russa sul fronte orientale, ma anche all’instabilità del fronte meridionale.
Tesi centrale: l’intesa annunciata è ancora piena di incognite e non rappresenta una pace consolidata; il Medio Oriente resta destinato a una stabilità fragile, fondata più sull’equilibrio delle forze e della deterrenza che su una vera riconciliazione.
16 giugno 2026





