Francesco Giavazzi ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui sostiene che il calo dello spread e la fiducia degli investitori internazionali verso il governo di Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti dipendono soprattutto da una buona “prima impressione” (atlantismo, stabilità politica), più che da miglioramenti reali dell’economia italiana. Infatti, i fondamentali restano deboli: crescita lenta e debito elevato.
Sostiene Giavazzi che “nulla è stato fatto per aumentare la concorrenza che, invece di favorire questo o quello, favorisce, questa sì, la competitività e quindi aiuta il Paese a crescere. Prorogare le concessioni balneari violando le regole europee è stato un provvedimento molto negativo, non tanto per l’effetto sulle spiagge, ma soprattutto per il segnale che ha dato: se il governo alza bandiera bianca di fronte ai bagnini con che credibilità può pensare di introdurre concorrenza in altri settori? La concorrenza dovrebbe essere la bussola della politica industriale e le concessioni non devono garantire posizioni di monopolio. Dove il mercato si è aperto, come nei treni ad alta velocità (fra qualche mese su alcune tratte avremo tre compagnie in concorrenza fra loro), i risultati presto si vedono”.
Dietro ai benefici sul costo del debito, l’economia presenta problemi aggravati da scelte politiche:
- Aumento implicito delle tasse: non adeguare gli scaglioni all’inflazione ha fatto pagare più imposte a milioni di lavoratori.
- Salari in difficoltà: il potere d’acquisto non è stato recuperato, anche per l’assenza di un salario minimo.
- Favoritismo verso gli autonomi: la flat tax al 15% incentiva micro-attività e scoraggia la crescita delle imprese.
Questo rafforza una debolezza strutturale italiana: troppe imprese minuscole, poco produttive e poco inclini a innovare (anche nell’uso dell’IA).
In parallelo:
- Sono stati ridotti o eliminati incentivi alle imprese più grandi e agli investimenti.
- Le politiche industriali sono risultate incoerenti e instabili, riducendo la fiducia.
- È mancata una spinta alla concorrenza, con scelte come la proroga delle concessioni balneari o ambiguità nel settore bancario.
Conclusione: l’Italia beneficia oggi di condizioni finanziarie favorevoli, ma l’economia reale resta fragile. Senza più concorrenza, salari più alti e politiche pro-crescita credibili, il Paese rischia di restare stagnante. La vera sfida politica sarà proprio la crescita economica nei prossimi anni.
28 marzo 2026





