Francesca Del Vecchio ha pubblicato un articolo, su La Stampa, in cui parla dell’interventismo del leader leghista e vice presiente del Consiglio Matteo Salvini.
Scrive Del Vecchio: ”L’assessore alla sicurezza leghista, Massimo Adriatici, spara e uccide Youns El Boussettaoui. Nel giro di poche ore Matteo Salvini interviene parlando di «legittima difesa» e ribadendo che chi si difende non può essere trattato come un criminale. Sono i mesi del governo di larghe intese guidato da Mario Draghi”.
E continua: ”Il caso Bibbiano, per Salvini, è forse ancor più esemplare. Nell’estate del 2019, in piena crisi di governo giallo-verde, viene aperta l’inchiesta “Angeli e demoni” su presunti illeciti negli affidi minorili da parte dei servizi sociali della Val d’Enza. L’indagine ipotizzava un sistema per allontanare bambini dalle famiglie, manipolandone le testimonianze a vantaggio di privati. Salvini è tra i primi a parlare del “partito di Bibbiano”, accusando il Pd di aver trasformato gli affidi in un sistema. «Non finisce qui», promette. Il 16 settembre di quell’anno, sul palco del raduno leghista di Pontida, esibisce una “bimba di Bibbiano” e annuncia: «Mai più bimbi rubati alle famiglie»‘.’
L’articolo ricostruisce una serie di casi emblematici in cui Matteo Salvini è intervenuto a caldo, con toni netti e senza sfumature, per difendere posizioni identitarie della Lega – sicurezza, forze dell’ordine, legittima difesa – salvo poi essere costretto a correzioni e retromarce quando le indagini e i processi hanno smentito le prime ricostruzioni.
Il primo episodio è quello di Voghera (luglio 2021): dopo l’uccisione di Youns El Boussettaoui da parte dell’assessore leghista Massimo Adriatici, Salvini parla subito di «legittima difesa», difendendo una battaglia identitaria del partito durante il governo di larghe intese guidato da Mario Draghi. Ma col progredire delle indagini emergono dubbi sulla proporzionalità della reazione, fino alla condanna in primo grado a 12 anni. A quel punto la linea cambia: non più assoluzione preventiva, ma un generico richiamo alla fiducia nella magistratura.
Uno schema analogo si ripete a Rogoredo, dopo la morte di un pusher in un intervento di polizia. Salvini scrive di stare «dalla parte dell’agente senza se e senza ma» e lancia una campagna social di sostegno. Quando però l’inchiesta porta nuovi elementi – dall’origine dell’arma alla responsabilità ammessa dall’agente – la posizione si ribalta: «Chi sbaglia paga, se in divisa il doppio». Una giravolta che crea imbarazzo anche nel partito, tanto che la vicesegretaria Silvia Sardone cancella un video di solidarietà, senza riuscire a evitare le polemiche.
Il caso più simbolico resta però Bibbiano. Nell’estate 2019 Salvini trasforma l’inchiesta sugli affidi nella Val d’Enza in un’arma politica, parlando di “partito di Bibbiano” e accusando il Pd di un sistema di bambini sottratti alle famiglie. La vicenda diventa centrale nella campagna elettorale, ma col tempo l’impianto accusatorio si ridimensiona: molte accuse cadono, arrivano assoluzioni e le responsabilità risultano individuali, non sistemiche. Anche qui, la narrazione iniziale viene silenziosamente archiviata.
Secondo Del Vecchio, il filo rosso di questi episodi è una strategia comunicativa precisa: esporsi subito, con parole forti e identitarie, per occupare lo spazio mediatico e parlare all’elettorato. Una comunicazione “muscolare” che funziona nell’immediato, ma che presenta un conto quando la realtà giudiziaria si complica. A differenza della memoria politica, quella digitale non dimentica: le dichiarazioni restano, diventano ingombranti e costringono Salvini a continue correzioni, trasformando la linea dura in una sequenza di gaffe e ripensamenti.
25 febbraio 2026


