Domenico Quirico ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui sostiene, paradossalmente, che l’Europa si è salvata dall’atomica di Putin.
Dice Quirico, a proposito degli arsenali nucleare americani e russi: ”Cinquemila di qua e cinquemila di là, forse di più; a cui aggiungere, un po’ in anticipo, le mille in svelta costruzione nel pianeta di Xi. Raccontare l’anniversario della Guerra ripercorrendola con il grandangolo del pericolo atomico, del fantasma atomico. Fantasma, perché fantasma? Basta metafore: procedo all’elogio esplicito, soddisfatto e riconoscente, delle Bombe atomiche. Senza di loro non saremmo qui a origliare, in realtà cercando di zittirne l’eco, soltanto lo scalpitio dei cavalli dell’Apocalisse” Domenico Quirico propone una tesi volutamente provocatoria e cupa: l’Europa, dopo quattro anni di guerra in Ucraina, deve la propria sopravvivenza non alla politica, alla diplomazia o alla moralità, ma alla deterrenza nucleare. Se il conflitto non è degenerato in una guerra continentale totale, se le città europee sono ancora intatte e la guerra non si è estesa come nel 1914, il merito – secondo l’autore – è delle bombe atomiche possedute dalle grandi potenze.
Quirico parla esplicitamente di un “elogio della Bomba”: l’arsenale nucleare di Stati Uniti e Russia (e ormai anche della Cina di Xi Jinping) ha funzionato come un freno assoluto all’escalation. Non per virtù, ma per paura. La deterrenza atomica, eredità della Guerra fredda, ha impedito alle élite politiche occidentali e russe di trasformare il conflitto ucraino in una guerra europea diretta con soldati francesi o britannici sul campo.
Nel testo domina un forte disincanto verso l’Europa: i Ventisette possono permettersi un “europeismo guerrafondaio senza rischi” solo perché altri – ucraini e russi – combattono e muoiono nelle trincee. L’Occidente, sostiene Quirico, si rifugia nella retorica degli anniversari, della “resistenza” e della “giustizia”, mentre la guerra ristagna, marcisce e produce solo liste interminabili di morti e mutilati.
Da una parte, l’illusione occidentale che bastino ancora sanzioni, miliardi e riarmo per arrivare alla vittoria; dall’altra, la propaganda di Vladimir Putin, che continua a raccontare il successo dell’“operazione speciale”. Tutti mentono, scrive Quirico: nessuno è vicino alla vittoria, solo a un altro anno identico ai precedenti.
La vera linea rossa che non viene superata non è il risultato della diplomazia, ma della paura concreta dell’apocalisse nucleare. Nelle cancellerie di Bruxelles, Washington, Mosca, Parigi, Berlino e Londra, la bomba è sempre stata una presenza ingombrante e silenziosa, capace di raffreddare le pulsioni belliciste e le “decisioni irrevocabili”.
Quirico mette in guardia anche dall’idea di una “pace fondata sulla giustizia”: la giustizia, dice, è un concetto litigioso, che spesso prepara nuovi conflitti invece di chiuderli. Ciò che davvero frena la guerra totale è qualcosa di più primitivo e più efficace: la paura.
La guerra generale europea non è scoppiata perché esistono le atomiche di Putin e quelle dei presidenti americani, da Joe Biden a Donald Trump. La deterrenza estrema ha salvato l’Europa dall’abisso, nonostante l’incompetenza e la miopia delle classi dirigenti.
Il pezzo si chiude con un’amara ironia: arrivederci al quinto anniversario, perché nulla lascia pensare a una soluzione. Finché ci saranno le bombe, l’Europa resterà nell’“antiporta dell’inferno”; senza di esse, suggerisce Quirico, l’inferno sarebbe già qui.
25 febbraio 2026

