di Patrizia Lazzarin

Reggio Calabria. Una città che corre in salita, … la scuola, il tribunale, il castello, … i villini svizzeri, il cimitero, le strade che continuano a salire, la collina e le montagne dove tutto si nasconde. La città aggrappata per non scivolare, rotolare giù verso il mare. … Il suo ritratto è dipinto nell’opera di Anna Mallamo per far assaporare il profumo di una città percorsa dallo scirocco e altre volte, dalla tramontana, capaci uno di offuscare tutto e l’altra di suggerire la verità.
Verità e giustizia. Le due parole si agitano come lampi, quasi taglienti, nella mente della protagonista la sedicenne Lucia Carbone nel libro: Col buio me la vedo io di Mallamo, autrice calabrese di Reggio, emigrata a Messina e, in continuo andirivieni sullo Stretto.
La giovane Lucia ha rapito un suo coetaneo, l’ha portato giù nella cantina della nonna morta da poco, in un luogo che solo lei conosce e l’ha incatenato per arrivare ad una verità che, anche gli adulti a lei più cari, non si occupano di cercare. Perché?
Perché la zia adorata è stata uccisa e buttata in un fossato, Zia Rosa, una persona che amava la montagna e tutte le vite che la popolavano: alberi, fiori, animali e rocce e sassi. I suoi quaderni nell’armadio della vecchia casa, i colori, le parlano ancora.
Il romanzo ambientato negli anni ‘80, quando da poco è terminata la prima guerra di ‘ndrangheta, ma che già prefigura quella degli anni ’90, è una denuncia chiara dell’esistenza di un Male che affligge la gente comune, i buoni cristiani contrapposti, nelle parole di Lucia Carbone a quelli cattivi. Una storia infinita di sangue, di vendette, di poteri non dichiarati, ma saputi.
Tutto quel sangue versato si misura nelle persone uccise dalle cosche malavitose, nei giovani fascisti che ritornano a fare violenza, ma si trova anche sotto, nelle macerie del terremoto che ha colpito la città su cui ne è stata costruita una nuova. Un sangue che si perde in rivoli, che si confonde diventa dolce come le paste o buono come il sanguinaccio derivato dal maiale.
Sangue che fuoriesce dal labbro di Carmine, l’amico di Lucia, a cui hanno sferrato un pugno. Vedere, sapere, sentire, non dire, non sentire … Un ritornello che illumina e nasconde la verità, come la luce, potente a tal punto da abbagliare e far sparire persone e paesaggi.
Città che muoiono per lasciare la vita ad altre … rimaste sotto. Nuove città dove la speranza vorrebbe giustizia e … basta.
Le verità, piccoli cammei dentro scrigni, si trovano ora solo sulle bocche di donne come Jolanda che attraversa la città regalando biglietti che contengono oracoli da tradurre da chi le offre amicizia, come Lucia e la sua amica Bea.
Ma Iolanda è solamente una donna vestita di stracci, considerata più o meno pazza. Qui, in questi piccoli pezzi di carta sgualcita, come nelle parole pronunciate da Castelli, il professore di greco del liceo che le due ragazze frequentano e in quelle del dialetto che conserva tratti dell’antica lingua, il potere affabulatorio di voci e suoni costruisce significati e mondi, li narra, li spiega in modo diverso e “fantastico”.
Medea o Circe, come ambisce definirsi, la protagonista racconta anche l’ambiguità dell’essere donna nei ruoli che la caratterizzano nella società e, in quelli che la definiscono nel suo intimo. Al Buio me la vedo io, il titolo del romanzo, è una dichiarazione che mira a spiegare la forza delle donne capaci di affrontare la verità da sole, di farsi strada con le proprie forze.
Lucia sembra continuare una linea matriarcale che cerca le sue radici a partire da lontano, ma si sofferma in particolare sulla nonna, la madre, le zie. Dice: Vengo da una famiglia di donne che comandano al contrario, facendosi comandare, che guidano dando ai maschi l’illusione di comandare. E a volte anche il proprio corpo di donna non sembra avere confini, altre diventa invisibile. Un corpo può cambiare …
Quindi ho dovuto cercarmelo il corpo, farlo cominciare da dove comincia, dallo sguardo. Poi cercando scopriamo che dal corpo delle donne … si è originato il mondo …
Dentro il libro di Mallamo incontriamo la gente di Reggio, le case che si aprono al quartiere e le abitazioni che sono isola, rifugio dal mondo, la Natura con il mare a volte insidioso, i viali con i platani dove le foglie danzano e le rose rosse che si tingono d’arancio sulle punte.





