Carlo Cottarelli ha pubblicato un editoriale sul Corriere della Sera nel quale sostiene che l’aumento del nostro spread nell’ultima settimana è dovuto soprattutto a una discesa dei tassi tedeschi e non a un aumento dei nostri. Questa la tesi centrale: una nuova crisi del debito sovrano europeo, simile a quella del 2011-2012, oggi è improbabile, ma le difficoltà finanziarie della Francia possono contagiare l’Italia. Il pericolo non è soltanto economico: è soprattutto politico, perché dipende dalla capacità dei governi di risanare i conti pubblici e dalla credibilità delle loro scelte sull’euro.
Scrive Cottarelli ’’Per capire la gravità del problema francese concedetemi una nota da nerd. L’andamento del rapporto tra debito pubblico e Pil dipende da due elementi. Il primo è il cosiddetto «saldo primario», ovvero il bilancio dello Stato al netto della spesa per interessi sul debito. Se lo Stato incassa dalle tasse 100 euro e spende (senza contare gli interessi) 90 euro ha un «avanzo primario» di 10 euro. Queste sono le risorse che possono essere usate per pagare gli interessi sul debito e per ripagarlo. Se invece la spesa supera le entrate c’è un deficit primario e questo accresce il debito precedente. Il secondo elemento che influisce sull’andamento del rapporto tra debito e Pil è il differenziale tra tasso di interesse sul debito e tasso di crescita del Pil ”.
E prosegue ’’Torno però da dove sono partito. Gli attuali livelli di tassi di interesse e spread sono ancora lontani da quelli del 2011-12. Eravamo arrivati a quei livelli anche perché si era diffuso il convincimento che qualche Paese sarebbe stato costretto dai mercati, o avrebbe scelto, di uscire dall’euro. Purché qualcuno non torni a parlare di tale eventualità, una nuova crisi del debito sovrano resta improbabile. Il rischio è quindi in gran parte politico. Fortunatamente Rassemblement National ha abbandonato la sua posizione no euro. Il rischio casomai arriva dalla Germania, dove AfD continua ad avere l’uscita dall’euro nel proprio programma. E da noi il programma di Futuro nazionale prevede che l’Italia debba comunque essere pronta a uscire. Sono posizioni, per fortuna, minoritarie. Dobbiamo sperare che restino tali”.
1. La Francia: debito elevato e instabilità politica
Cottarelli individua due fattori fondamentali che determinano l’andamento del rapporto tra debito pubblico e Pil:
- Il saldo primario: la differenza tra entrate e spese dello Stato, esclusi gli interessi sul debito.
- Il differenziale tra tassi d’interesse e crescita economica: se lo Stato paga interessi superiori al tasso di crescita del Pil, il peso del debito tende ad aumentare.
La Francia presenta una situazione preoccupante perché registra da tempo disavanzi primari, particolarmente elevati negli ultimi anni: nel 2025 hanno raggiunto il 3% del Pil.
Inoltre, l’incertezza politica e la difficoltà di affrontare questioni delicate, come la riforma delle pensioni, hanno indebolito la fiducia degli investitori. Il risultato è un aumento dei tassi d’interesse e un rallentamento della crescita.
Per stabilizzare il debito, se queste condizioni persistessero, la Francia dovrebbe migliorare il saldo primario di quasi quattro punti di PIL, attraverso tagli alla spesa pubblica o aumenti delle imposte. Un intervento politicamente ed economicamente molto impegnativo.
2. L’Italia: conti più prudenti, ma vulnerabilità elevata
La situazione italiana presenta alcune differenze importanti.
- L’Italia dovrebbe registrare un avanzo primario dell’1,2% del Pil nel 2026 e dello 0,9% nel 2027.
- Il governo Meloni ha mantenuto una politica di bilancio relativamente prudente, contribuendo a evitare una crisi di fiducia direttamente provocata dalle proprie decisioni.
- Tuttavia, il nostro debito pubblico rimane molto elevato e non mostra una riduzione significativa.
Il problema più serio è che anche l’Italia paga interessi superiori alla crescita economica, con un differenziale persino un po’ più elevato di quello francese.
Cottarelli osserva inoltre che l’aumento recente dello spread italiano è dovuto soprattutto alla discesa dei rendimenti tedeschi, non a un aumento dei tassi italiani.
Il punto decisivo: la prudenza del governo ci protegge in parte dai rischi interni, ma non ci mette al riparo da una crisi di fiducia che dovesse originarsi in Francia e propagarsi ai mercati europei.
3. Il rischio politico e il futuro dell’euro
Cottarelli ricorda che la crisi del 2011-2012 fu aggravata anche dal timore che alcuni Paesi potessero essere costretti a uscire dall’euro o decidessero di farlo.
Oggi i tassi d’interesse e gli spread sono ancora lontani dai livelli raggiunti allora. Una nuova crisi generalizzata resta quindi improbabile, purché non si riaccenda il dibattito sull’uscita dalla moneta unica.
L’autore richiama però l’attenzione sulle forze politiche euroscettiche:
- In Francia, il Rassemblement National ha abbandonato la precedente posizione favorevole all’uscita dall’euro.
- In Germania, l’AfD mantiene questa prospettiva nel proprio programma.
- In Italia, Futuro nazionale prevede che il Paese debba comunque essere pronto a uscire dall’euro.
Per Cottarelli, queste posizioni sono fortunatamente minoritarie, ma è essenziale che rimangano tali.
Il significato politico ed economico dell’editoriale
Il messaggio più importante di Cottarelli è che la stabilità finanziaria non dipende soltanto dai conti pubblici di un singolo Paese, ma anche dalla credibilità politica dell’intera Europa.
Tre considerazioni meritano particolare attenzione.
1. Il risanamento dei conti non può essere rinviato all’infinito. Se la crescita è debole e gli interessi sul debito sono elevati, mantenere un debito sostenibile diventa più difficile. Non basta dichiarare di voler rispettare i vincoli europei: occorre creare le condizioni per far crescere l’economia e contenere strutturalmente il debito.
2. L’Italia resta esposta nonostante la prudenza di bilancio. L’avanzo primario è un elemento positivo, ma non equivale a una riduzione automatica del debito. Se gli interessi crescono più rapidamente dell’economia, il rapporto debito/PIL può continuare ad aumentare. È proprio questa la fragilità italiana: un debito accumulato negli anni che limita le risorse disponibili per investimenti, sanità, istruzione e politiche sociali.
3. L’euroscetticismo può trasformare una difficoltà economica in una crisi politica. I mercati non valutano soltanto quanto un Paese deve restituire, ma anche se ritengono credibile la sua volontà e capacità di farlo. Il dubbio sulla permanenza nell’euro potrebbe quindi aumentare i rendimenti richiesti agli Stati, aggravando ulteriormente il problema del debito.
La conclusione
L’editoriale non lancia un allarme per una crisi imminente, ma invita a non sottovalutare la combinazione di debito elevato, crescita debole e instabilità politica.
Per l’Italia, la lezione è chiara: la disciplina di bilancio è necessaria, ma non sufficiente. Occorrono anche crescita economica, produttività e una strategia credibile di riduzione del debito.
E c’è un aspetto che ritengo particolarmente importante: un Paese molto indebitato può essere penalizzato anche da decisioni e tensioni politiche che nascono altrove. In un’Unione monetaria, la fragilità di un grande Stato come la Francia può diventare un problema per tutti.
La vera protezione dell’Italia, quindi, non consiste soltanto nel rassicurare i mercati nel breve periodo, ma nel rafforzare la propria economia e nel preservare la stabilità dell’euro.
24 ottobre 2026





