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Esteri

Noi e tutta l’Europa nel mirino del tycoon

Francesco Verderami ha pubblicato un articolo sul Corriere della Sera in cui descrive l’ultima escalation di tensioni tra Donald Trump e l’Europa, letta a Bruxelles come un tentativo deliberato di destabilizzare l’Unione europea, in sintonia — o quantomeno in convergenza strategica — con Cina e Russia. La replica di Giorgia Meloni, pur formalmente rivolta al presidente americano, assume il valore di una presa di posizione europea, segnalando che gli attacchi non sono percepiti come episodi isolati ma come parte di una strategia più ampia.

Scrive Verderami: ”L’inquilino della Casa Bianca ha colpito uno alla volta tutti i capi del Vecchio Continente amici degli Stati Uniti, «e dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con leadership con le quali invece si mostra più accondiscendente», ha detto con durezza Meloni. Che evocando i nomi di Xi Jinping e di Vladimir Putin, li ha uniti a Trump in una strategia che mira a picconare l’architettura europea, considerata un ostacolo al disegno di un nuovo ordine internazionale”.

E prosegue: ”Dinnanzi alle difficoltà — dicono a Palazzo Chigi — «le nazioni europee per reazione dovrebbero tendere a collaborare maggiormente tra loro». Ma al momento la realtà pare avvitata su sé stessa. E una dichiarazione congiunta al vertice Ue contro l’attacco a Meloni «sarebbe stato il segno di un’ambizione corale a difesa dell’unione». Invece Trump può scaricare la sconfitta diplomatica con l’Iran accusando gli alleati di non averlo aiutato. E lo fa proprio sfruttando le debolezze dell’Europa”.

Secondo l’analisi condivisa dai leader europei, Trump colpisce sistematicamente i governi del Vecchio Continente più legati agli Stati Uniti, mentre appare più indulgente verso avversari strategici come Xi Jinping e Vladimir Putin. L’obiettivo attribuito al tycoon è quello di indebolire l’architettura europea in vista di un nuovo ordine mondiale bipolare, soprattutto alla vigilia di cruciali elezioni nel 2027 in Italia, Francia, Spagna e Polonia, che potrebbero cambiare gli equilibri dell’Unione.

Dall’altra parte dell’Atlantico, però, l’articolo segnala un crescente imbarazzo nell’establishment americano e una mancanza di compattezza nell’amministrazione USA: figure come JD Vance e Marco Rubio si dicono leali al presidente, ma prendono le distanze dal suo stile e dalle sue scelte. Per questo l’Europa adotta una linea attendista, distinguendo tra la necessità storica di mantenere rapporti stabili con Washington e la gestione quotidiana delle tensioni provocate dalla Casa Bianca.

In questo contesto si inserisce il ruolo di Emmanuel Macron, che al G7 tenta di ricostruire un clima di dialogo transatlantico. Tuttavia, prevale tra i partner europei la convinzione che gli Stati Uniti siano usciti indeboliti dalla gestione del dossier iraniano, con effetti negativi sull’economia globale e sulla sicurezza di Israele.

L’articolo sottolinea anche le preoccupazioni concrete dei governi europei, in particolare dell’Italia: Palazzo Chigi valuta scenari critici come una possibile rottura sugli F-35 o ripercussioni su infrastrutture strategiche e sistemi finanziari. Di fronte a queste sfide, emerge l’esigenza di una maggiore cooperazione europea, finora però frenata da divisioni interne, come dimostra la mancata dichiarazione congiunta dell’UE a difesa di Meloni.

Infine, Verderami osserva che Trump sfrutta le fragilità europee per scaricare sugli alleati il costo delle proprie sconfitte diplomatiche, alimentando anche il dibattito politico interno italiano sulla presunta subalternità della premier a Washington. Accusa che Meloni respinge rivendicando una linea di maggiore autonomia rispetto ai governi precedenti.

20 giugno 2026