Milena Gabanelli e Francesco Tortora hanno pubblicato sul Corriere della Sera un articolo nel quale cercano di affrontre una questione centrale: è giusto che i super-ricchi paghino proporzionalmente meno tasse rispetto ai lavoratori e al ceto medio?
Scrivono Gabanelli e Tortora: “Nessuno fa i soldi da solo. Ovunque nel mondo gli imperi economici si costruiscono grazie al lavoro di migliaia di dipendenti (spesso sottopagati), agevolazioni a carico degli Stati, infrastrutture costruite con risorse pubbliche, competenze e specializzazioni fornite dalle Università. Nel campo tecnologico il contributo della spesa pubblica è un motore fondamentale che finanzia la ricerca di base, sostiene l’innovazione industriale e accelera il processo di digitalizzazione. Hanno attinto a questa fertile prateria anche i 56 mila super-ricchi a livello mondiale che, secondo l’ultimo rapporto del World Inequality Lab, possiedono oggi un patrimonio personale di almeno 254 milioni di euro ciascuno. Una ricchezza tre volte superiore a quella di metà degli abitanti del pianeta. Tra il 1995 e il 2025, i loro patrimoni sono cresciuti in media del 4,9% all’anno. Quanto restituiscano alla società dipende dal sistema fiscale del Paese in cui risiedono. Nelle economie avanzate, i paperoni (lo 0,001% della popolazione) hanno un prelievo fiscale medio pari al 20-35% del loro reddito: una percentuale inferiore a quella sostenuta da qualsiasi altra fascia di popolazione, anche da chi guadagna meno. Succede perché la parte più consistente del loro patrimonio deriva da redditi da capitale (azioni, obbligazioni e fondi comuni) sui quali viene applicata un’aliquota molto bassa, e in alcuni casi pari a zero. Di fronte all’aumento di disuguaglianze innescate da crisi economiche e sociali, da salari troppo bassi rispetto al costo della vita, dalla difficoltà degli Stati a garantire un welfare dignitoso, a sostenere i costi provocati dal mutamento climatico e quelli per contrastarlo, cresce il consenso sull’idea che debbano essere proprio i super-ricchi a contribuire con un prelievo maggiore. Gli economisti hanno elaborato diverse proposte”.
E proseguono: “L’Italia è un Paese dove la distanza tra chi ha molto e chi ha poco si è allargata negli ultimi decenni: abbiamo tra gli stipendi più bassi d’Europa. Lo studio congiunto fra la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’università degli Studi di Milano-Bicocca evidenzia che 25 milioni di adulti vivono con meno di 13 mila euro all’anno, mentre i 50 mila italiani più facoltosi guadagnano oltre un milione di euro all’anno e in media incrementano il proprio patrimonio del 5% (sempre su base annua). L’irpef è di fatto l’unico tributo che risponde al criterio della progressività: le aliquote aumentano in proporzione al reddito. Resta invece fissa al 26% quella sui redditi finanziari e al 12,5% quella sui titoli di Stato. Inoltre se i milionari convogliano i dividendi delle loro aziende nelle holding, si può ridurre la base imponibile fino al 95%, con enorme abbattimento del carico fiscale. Siccome la maggior parte del patrimonio è formata proprio da redditi da capitale, la tassazione complessiva effettiva dei 50 mila italiani più ricchi si ferma al 32,6%. Imposte indirette incluse. Per i lavoratori dipendenti del ceto medio invece la tassazione complessiva (Irpef, più Iva sui consumi, accise, tassa sui rifiuti, addizionali, contributi) arriva in media al 45%, quella delle classi popolari al 40%. Per riequilibrare il sistema, Oxfam Italia propone l’introduzione di una tassa extra dell’1% per chi ha un patrimonio compreso tra 5,4 e 8 milioni di euro, del 2% tra 8 e 20,9 milioni, e del 3% oltre i 21 milioni”.
La tesi degli autori è che l’attuale sistema fiscale, in molti Paesi, favorisca eccessivamente i grandi patrimoni e che una maggiore tassazione delle ricchezze più elevate possa contribuire a ridurre le disuguaglianze e finanziare servizi pubblici essenziali.
1. Il problema: i super-ricchi pagano meno tasse
Secondo il World Inequality Lab, nel mondo ci sono circa 56.000 persone con patrimoni individuali superiori a 254 milioni di euro.
Tra il 1995 e il 2025 le loro ricchezze sono cresciute mediamente del 4,9% all’anno.
Il paradosso evidenziato nell’articolo è che:
- I super-ricchi beneficiano di infrastrutture, ricerca, università, agevolazioni e investimenti pubblici.
- Tuttavia, nelle economie avanzate, la loro tassazione effettiva risulta spesso inferiore a quella delle altre fasce sociali.
- Questo accade soprattutto perché i patrimoni derivano prevalentemente da redditi finanziari e da capitale, soggetti a un’imposizione più favorevole rispetto agli stipendi.
In sostanza, chi vive prevalentemente del proprio lavoro può pagare più tasse, in proporzione, di chi possiede enormi patrimoni.
2. Le tre proposte di tassazione
L’articolo presenta tre esperienze e proposte che stanno alimentando il dibattito internazionale.
Stati Uniti – California
Tassa una tantum del 5%
La proposta referendaria californiana riguarda 246 miliardari, con patrimoni complessivi di circa 2.200 miliardi di dollari.
- Gettito previsto: circa 100 miliardi di dollari.
- Il 90% delle entrate sarebbe destinato alla sanità.
- Il restante 10% a istruzione e welfare.
La proposta divide i miliardari: alcuni sono favorevoli, altri hanno finanziato campagne contrarie e persino trasferito la propria residenza in altri Stati.
Francia – La proposta di Gabriel Zucman
Tassa minima annuale del 2%
L’economista Gabriel Zucman propone un’imposta minima del 2% sui patrimoni superiori a 100 milioni di euro.
- Interesserebbe circa 1.800 famiglie.
- Gettito potenziale: fino a 20 miliardi di euro all’anno.
- Obiettivo: rafforzare le finanze pubbliche e ridurre la pressione fiscale sulla classe media.
Il dato più significativo è la differenza tra le aliquote effettive: circa 45% per le classi popolari, 50% per il ceto medio e appena 25% per i super-ricchi.
La proposta è stata bocciata dal Parlamento francese, ma rimane un tema importante del dibattito politico.
Italia – La proposta di Oxfam
Fino al 3% sui grandi patrimoni
È probabilmente la parte più interessante per il lettore italiano.
Secondo i dati riportati nell’articolo:
- 25 milioni di adulti vivono con meno di 13.000 euro all’anno.
- I 50.000 italiani più facoltosi guadagnano oltre un milione di euro all’anno.
- La tassazione effettiva complessiva dei più ricchi si ferma al 32,6%.
- Per i lavoratori dipendenti del ceto medio arriva mediamente al 45%.
Oxfam propone una tassazione patrimoniale aggiuntiva articolata in tre fasce:
| Patrimonio | Aliquota aggiuntiva |
|---|---|
| Da 5,4 a 8 milioni € | 1% |
| Da 8 a 20,9 milioni € | 2% |
| Oltre 21 milioni € | 3% |
L’esempio degli 8 milioni di euro
Una persona con un patrimonio di 8 milioni pagherebbe 26.000 euro in più all’anno.
Il calcolo è:
(8.000.000−5.400.000)×1%=26.000€
Il gettito complessivo stimato sarebbe di circa 13 miliardi di euro all’anno, da destinare a:
- Sanità pubblica.
- Scuola e istruzione.
- Sostegno ai salari.
- Interventi contro il cambiamento climatico.
3. È giusto tassare nuovamente una ricchezza già tassata?
È la principale obiezione dei critici: il patrimonio è stato accumulato con redditi che, almeno in parte, hanno già pagato le imposte.
Gli autori riportano due argomentazioni contrarie alla tassa:
Prima obiezione: la fuga dei capitali.
I grandi patrimoni potrebbero trasferirsi all’estero, impoverendo il Paese.
Tuttavia, gli studi citati sull’esperienza britannica e sui cambiamenti del regime fiscale per i residenti non domiciliati ridimensionano questo rischio: l’esodo dei contribuenti più facoltosi sarebbe stato limitato e il suo impatto su investimenti e occupazione contenuto.
Seconda obiezione: la doppia tassazione.
Tassare nuovamente una ricchezza già prodotta e tassata sarebbe ingiusto.
La risposta degli autori è che una parte consistente dei patrimoni deriva da redditi finanziari che godono già di un trattamento fiscale particolarmente favorevole. Non si tratta quindi necessariamente di ricchezza che ha già sopportato un’imposizione elevata.
4. Il vero problema: riuscire ad applicare la tassa
Anche una tassa ben progettata rischia di essere inefficace se non si riesce a individuare e valutare correttamente i patrimoni.
I super-ricchi spesso detengono le proprie ricchezze attraverso:
- Trust.
- Holding e società finanziarie.
- Strutture societarie internazionali.
- Strumenti che rendono difficile identificare i reali proprietari.
L’articolo sottolinea però che oggi esistono strumenti per contrastare questa opacità: abolizione del segreto bancario, scambio automatico di informazioni tra Paesi e nuove tecnologie digitali.
Il problema, dunque, non è soltanto tecnico, ma anche politico.
5. Il messaggio centrale dell’articolo
Il punto fondamentale non è punire chi ha avuto successo economico o chi ha costruito un’impresa.
È stabilire quale contributo alla collettività debba essere richiesto a chi possiede patrimoni enormi, considerando che quella ricchezza è stata costruita anche grazie a risorse, infrastrutture, competenze e opportunità offerte dalla società.
La questione è quindi quella dell’equità fiscale.
Se un lavoratore dipendente paga il 45% di imposte e contributi, mentre un grande patrimonio è tassato molto meno, il sistema rispetta davvero il principio costituzionale della progressività fiscale?
Questa è la domanda che attraversa tutto l’articolo.
Una lettura critica: che cosa emerge davvero?
L’articolo mette in evidenza tre questioni particolarmente importanti.
1. Non è in discussione il diritto di diventare ricchi, ma il rapporto tra ricchezza privata e responsabilità collettiva. Le grandi fortune non si sviluppano in un vuoto: utilizzano anche risorse e opportunità prodotte dalla comunità.
2. Il problema italiano è soprattutto la disparità nel trattamento fiscale delle diverse forme di reddito. Il lavoro dipendente è tassato in modo relativamente pesante, mentre rendite finanziarie, dividendi e patrimoni possono beneficiare di regimi più favorevoli.
3. La patrimoniale da sola non risolve le disuguaglianze. Servono anche una revisione delle agevolazioni fiscali, una maggiore trasparenza dei patrimoni, il contrasto all’evasione e un uso verificabile delle risorse raccolte.
Conclusione
La proposta di Oxfam pone una questione di giustizia sociale: chiedere a chi possiede patrimoni di diversi milioni di euro un contributo aggiuntivo, relativamente contenuto rispetto alla ricchezza posseduta, per finanziare sanità, scuola e servizi pubblici.
La vera ingiustizia, secondo la prospettiva dell’articolo, potrebbe non essere chiedere 26.000 euro in più a chi possiede 8 milioni, ma continuare a far gravare una quota sproporzionata del finanziamento dello Stato su chi vive prevalentemente del proprio lavoro.
In definitiva, il tema non è ricchezza contro povertà, ma un sistema fiscale nel quale il contributo alla collettività sia proporzionato alla reale capacità economica di ciascuno.
2 novembre 2026





