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Esteri

Fandonie e verità

Goffredo Buccini ha pubblicato un editoriale sul Corriere della Sera in cui fa alcune considerazioni: parte dall’ultima telefonata tra Putin e Macron del 20 febbraio 2022, pochi giorni prima dell’invasione dell’Ucraina. Putin assicurò che le esercitazioni militari russe erano terminate, che al confine sarebbe rimasta solo una presenza limitata e che avrebbe accettato un incontro con Biden. Erano, sostiene Buccini, false rassicurazioni, parte di una strategia di dissimulazione che il leader russo avrebbe ripetuto durante tutta la guerra.

Scrive Buccini: ”Mancavano novantasei ore all’invasione. Il 20 febbraio 2022 un’ultima telefonata intercorse tra Vladimir Putin ed Emmanuel Macron. Mentre i suoi carri armati già scaldavano i motori per tentare il blitz su Kiev, il presidente russo offrì tre «rassicurazioni» all’omologo francese che si stava spendendo per la pace. Primo: le esercitazioni al confine ucraino, che avevano mobilitato 190 mila soldati e sollevato grande allarme in Occidente, erano «finite». Secondo: al confine sarebbe rimasta solo «una presenza militare». Terzo: lui avrebbe incontrato volentieri Joe Biden. Fandonie al limite della beffa (le esercitazioni erano davvero quasi finite… ma solo perché stava per iniziare l’attacco). Putin le incartò come sempre in una di quelle dissimulazioni di cui è maestro dai tempi del Kgb: si disse d’accordo sulle linee generali, rimandando però i «dettagli» ai suoi «consiglieri». Una formula di rinvio che ormai dovremmo avere imparato. Sempre, dal principio del conflitto, il tiranno di Mosca s’è dichiarato pronto alla pace purché siano prima rimosse le «cause profonde» della guerra (che in sostanza si riducono all’esistenza, per lui insopportabile, di un’ucraina integra e indipendente)”.

E conclude: ”Una resistenza che deve continuare. Con tenacia e pazienza. Perché se Kiev piange, Mosca non ride. La sua economia, virata sullo sforzo bellico e con le fonti energetiche devastate dalla controffensiva ucraina, si contrae di mese in mese. L’immagine di un popolo compatto è propaganda di regime. Il partito Jabloko, schierato per la pace e perciò eliminato dal sistema in vista delle farsesche elezioni parlamentari di settembre, aveva raggiunto a luglio un consenso a due cifre. Il suo vicepresidente, Lev Shlosberg, è stato condannato il 17 agosto a undici anni di colonia penale per discredito delle forze armate e divulgazione di informazioni false. Prima della sentenza ha pronunciato un gran discorso: «In quest’aula io sono la Federazione russa che è stata messa in una gabbia e che vogliono costringere al silenzio». Ma nessuna gabbia può reggere per sempre. Dovremmo provare a ricordarlo… aspettando i Patriot”.

Secondo l’autore, Putin non ha mai realmente cercato un negoziato: ogni apertura diplomatica sarebbe servita a guadagnare tempo e terreno militare. La sua condizione per la pace — eliminare le «cause profonde» del conflitto — equivale sostanzialmente a negare il diritto dell’Ucraina a essere uno Stato pienamente indipendente.

Buccini critica quindi l’idea, sempre più diffusa in Italia in vista delle elezioni del 2027, di affidare a un grande «inviato europeo» — vengono evocati Merkel, Blair e Draghi — il compito di trovare una soluzione diplomatica con Mosca. Il problema, osserva, è che l’Europa non appare abbastanza coesa e determinata. La proposta russa di indicare come interlocutore l’ex cancelliere Gerhard Schröder, da tempo legato economicamente al settore energetico russo, sarebbe piuttosto una provocazione che una vera apertura.

L’autore affronta poi la crescente stanchezza dell’opinione pubblica europea. In Italia la propaganda populista insiste sull’idea che sostenere militarmente Kiev significhi sottrarre risorse a scuole e ospedali. Buccini ribalta l’argomento: l’Italia è tra i Paesi europei che hanno speso meno per l’Ucraina in rapporto al Pil, mentre proprio l’esperienza ucraina dimostra che senza difesa militare scuole e ospedali possono finire distrutti.

Preoccupa soprattutto il mutamento dell’opinione pubblica italiana: il sostegno a Kiev sarebbe passato dal 57% del 2022 al 32% quattro anni dopo. L’Europa appare inoltre divisa geograficamente: Paesi nordici e baltici e Gran Bretagna percepiscono la Russia come una minaccia diretta, mentre nell’Europa meridionale prevalgono stanchezza, pacifismo e scetticismo.

Buccini riconosce però che la pace deve rimanere l’obiettivo e che esistono problemi reali anche in Ucraina: la sospensione delle elezioni, la corruzione e le difficoltà crescenti della società. Tuttavia, finché il Paese è sotto attacco, considera impensabile votare e ritiene che Zelensky continui a rappresentare il simbolo della resistenza all’invasione.

Infine, l’autore invita a non sottovalutare le difficoltà della Russia. L’economia è sempre più subordinata allo sforzo bellico, mentre il dissenso interno viene represso. Il caso di Lev Shlosberg, dirigente di Jabloko condannato a undici anni di carcere, dimostra che dietro l’immagine di una Russia compatta esiste un’opposizione che il regime cerca di soffocare.

La tesi centrale di Buccini è dunque netta: non bisogna confondere le dichiarazioni di pace di Putin con una reale volontà negoziale. La diplomazia è indispensabile, ma può essere efficace solo se sostenuta dalla resistenza ucraina, dalla compattezza europea e dalla capacità di deterrenza occidentale. Per questo l’editoriale si chiude con un’immagine emblematica: bisogna continuare a resistere, “aspettando i Patriot”, perché soltanto una Ucraina capace di difendersi può arrivare a una pace non imposta da Mosca.

25 agosto 2026