Sul Corriere della Sera è stato pubblicato un editoriale di Antonio Polito in cui descrive la situazione che veramente sta allarmando e vivendo il mondo d’oggi, con conflitti in diverse parti del globo.
Antonio Polito descrive un mondo sempre più dominato dalla forza militare, in cui l’Europa appare marginale e impreparata. Il nuovo conflitto – incentrato sull’attacco all’Iran e sull’eliminazione del regime degli ayatollah – segna il tramonto dell’illusione europea della “forza gentile” (commercio, diplomazia, cultura) e il ritorno dell’“hard power”: superiorità militare, tecnologia, volontà di potenza. Senza un rafforzamento rapido, l’Europa rischia subordinazione e dipendenza.
Afferma Polito: ”Assistiamo attoniti e impotenti a un’altra guerra, un’altra volta. Il grado di estraneità dell’europa dal Grande Gioco che sta cambiando gli equilibri mondiali è testimoniato dalla sorpresa che ha colto il nostro ministro della Difesa (e il questore di Roma) in viaggio a Dubai proprio mentre il conflitto scoppiava. I nostri sentimenti sono divisi. Da un lato c’è l’amara e allarmata constatazione che il mondo è sempre più regolato dalla forza. La guerra come «mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»: praticamente ciò che, nella nostra Costituzione, ripudiamo. La sovranità nazionale è ormai poco più di un simulacro, se non è protetta da un’adeguata forza militare. Questo è un capovolgimento della stessa ragion d’essere del progetto europeo. Laddove avevamo scelto di affidarci alla «forza gentile» dei commerci e della cultura, la realtà di questo tempo nuovo ci dice che a contare è invece l’«hard power»: la volontà di potenza, la superiorità bellica, l’innovazione tecnologica. Tre asset di cui non disponiamo. Il futuro ci riserverà dipendenza e subordinazione se non provvediamo, e alla svelta.”
La guerra attuale è definita “nuova”: condotta con intelligenza artificiale e omicidi mirati, appare più chirurgica e quindi potenzialmente più facile da ripetere. Polito non rimpiange la fine di Ali Khamenei e dei vertici del regime, responsabili di repressione e destabilizzazione regionale, ma mette in guardia dalle ambiguità morali e dalle strumentalizzazioni politiche interne.
L’obiettivo reale dell’intervento americano – guidato da Trump – non è esportare la democrazia, bensì impedire che l’Iran ottenga l’arma nucleare, mantenendo l’unicità strategica di Israele nell’area. La guerra si inserisce nel contesto degli equilibri mediorientali, degli Accordi di Abramo e dello scontro con l’“asse della resistenza” sostenuto da Mosca.
Resta però l’incognita decisiva: cosa accadrà dopo? La caduta del regime non garantisce stabilità. Senza un processo politico virtuoso, il rischio è un’escalation regionale, con effetti economici e geopolitici gravi (Stretto di Hormuz, terrorismo, instabilità diffusa). Come nella storia antica, il tirannicidio può essere giustificato solo se non produce mali peggiori: guerra civile o nuovi tiranni.
In conclusione, Polito sospende il giudizio: questa guerra potrà avere un senso storico solo se porterà stabilità e sicurezza durature; altrimenti sarà l’ennesimo episodio di un “mondo furioso” governato dalla forza.
2 marzo 2026

