Giuseppe Sarcina nel suo editoriale sul Corriere della Sera analizza come l’Occidente stia affrontando l’attuale fase critica della guerra in Ucraina con mezze misure e “non scelte” che rischiano di compromettere la resistenza di Kiev senza, peraltro, facilitare un serio negoziato di pace.
Afferma Sarcina: “Negli ultimi colloqui con gli alleati, compresi quelli con i commissari di Bruxelles, il Segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, ha spronato gli interlocutori a «fare di più» per danneggiare l’economia russa. La chiave è ancora e sempre il petrolio. L’export di idrocarburi procura tra il 30 e il 50% del bilancio federale russo. I clienti più importanti sono la Cina (47% del totale esportato) e l’india (38%). Fonti da Bruxelles raccontano che Bessent sia arrivato a suggerire all’unione europea di andare allo scontro commerciale con i due giganti asiatici, imponendo dazi fino al 50% sull’import cinese e indiano“
La difficile situazione di Kiev
- Il presidente Zelensky si trova per la prima volta in una posizione di debolezza, messo in discussione per la presunta incapacità di prevenire la diffusione del malaffare ai vertici del governo.
- L’Ucraina ha urgente bisogno di armi per puntellare il fronte e di denaro per garantire il funzionamento dello Stato e affrontare il rigido inverno.
L’atteggiamento ondivago degli Stati Uniti
L’atteggiamento di Donald Trump è descritto come ondivago, alternando stanchezza nei confronti di Putin a richieste che siano gli altri membri NATO a farsi carico del conflitto.
- Pressione economica insufficiente: il Segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, ha esortato l’UE a “fare di più” per danneggiare l’economia russa, in particolare colpendo l’export petrolifero che finanzia il bilancio russo (attraverso Cina e India). Bessent ha persino suggerito all’UE di imporre dazi fino al 50% su importazioni cinesi e indiane, una proposta non considerata dall’Europa.
- Contraddizione sul price Cap: i partner europei hanno cercato di convincere gli USA a ridurre il “price cap” (tetto al prezzo) sul petrolio russo per renderlo più efficace. L’UE e altri Paesi lo hanno abbassato a $47,6 al barile, ma Washington ha ignorato le pressioni, mantenendo la soglia a $60, un livello ritenuto “inutile” e troppo alto rispetto ai valori di mercato, che permette alla Russia di aggirare le sanzioni tramite le “navi ombra”.
- Armi: nonostante le speranze di Kiev, negli ambienti NATO si nutre scarso ottimismo sulla consegna dei missili a lunga gittata Tomahawk da parte degli USA.
Le responsabilità e i contrasti europei
Anche l’Europa è toccata dal tema delle mezze misure, con l’esempio specifico dell’Italia:
- Ritiro italiano dal Purl: l’Italia, tramite il governo Meloni, ha fatto un’inattesa marcia indietro sul contributo al “Purl” (Prioritized Ukraine Requirements List), il fondo NATO che finanzia l’acquisto di sistemi di difesa americani (come i Patriot) per l’Ucraina.
- Questione politica: nonostante la cifra richiesta (100-150 milioni di euro) fosse considerata compatibile con il bilancio italiano, la decisione è diventata politica, come testimoniato dalle parole del Vicepremier Matteo Salvini, che ha espresso preoccupazione che i fondi possano “andare ad alimentare ulteriore corruzione” a Kiev.
- Conseguenze: il blocco del contributo italiano ha scoraggiato altri Paesi (come Spagna e Grecia) dall’assumere impegni. Il fondo Purl ha finora raccolto solo 2,5 miliardi di dollari, una cifra ritenuta insufficiente rispetto alle necessità militari più urgenti dell’Ucraina.
In sostanza, l’Occidente non riesce a trovare una linea comune e decisa: gli USA mandano segnali contraddittori e l’Europa manifesta divisioni e ritardi, lasciando l’Ucraina a combattere nella sua fase più difficile con un supporto che Sarcina definisce chiaramente a metà.
16 novembre 2025





