Paolo Festuccia e Francesco Grignetti hanno pubblicato su La Stampa un articolo nel quale denuncia una contraddizione nel rapporto tra lo Stato e i collaboratori di giustizia: dopo averli protetti per anni e aver utilizzato le loro testimonianze per combattere la mafia, lo Stato rischia di lasciarli senza mezzi economici proprio quando devono ricominciare una nuova vita.
Scrivono Festuccia e |Grignetti: “Accade, infatti, che molti collaboratori di giustizia, al termine di lunghi anni in cui sono vissuti sotto falso nome, lontano da casa e dai guai, dopo aver accusato i vecchi complici nei processi, aiutati economicamente tutti i mesi dal Viminale, escano dal circuito di “protezione”. E fin qui è normale. Non è normale, però, che la «liquidazione» prevista dalla legge e dal contratto di collaborazione che firmano al momento in cui sono ammessi nel programma di protezione, venga congelata per un’incredibile rivalsa dell’Agenzia delle Entrate. La quale a sua volta è costretta a muoversi così perché ci sono altre leggi da rispettare. E i collaboratori, insomma, si ritrovano di colpo soli, senza soldi, senza casa, con le famiglie a carico, a vedersela con il Moloch della burocrazia”.
E proseguono: “Tutto ruota attorno a una legge che per molti anni non era stata utilizzata. Fino ad ora. E non se ne esce. Scrive infatti il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nell’ultima Relazione al Parlamento sul tema: «Tenuto conto dell’impossibilità da parte del Servizio di disporre pagamenti in favore di soggetti gravati da debiti pubblici ai sensi dell’articolo 48 bis del D.P.R. 29 settembre 1973, n.6025, il consesso, al fine di non negare sic et simpliciter un fondamentale strumento di reinserimento socio-lavorativo, ha preferito informare preventivamente i potenziali destinatari dei provvedimenti in parola della condizione ostativa riscontrata». Dietro il cauto gergo ministeriale, c’è la presa d’atto di una impasse. La «condizione ostativa riscontrata» è questa: i soldi della liquidazione finale non arrivano, e se arrivano, l’Agenzia delle Entrate pretende che siano utilizzate al massimo per comprare un appartamento (ma che sia intestato al collaboratore) perché in un secondo momento potrebbe richiedergli il famoso debito erariale e del caso pignorargli la medesima casa che lo Stato gli ha permesso di comprarsi”.
1. Il problema: la liquidazione bloccata dai debiti
I collaboratori di giustizia, dopo anni trascorsi sotto falsa identità e lontano dai luoghi d’origine, possono uscire dal programma di protezione e ricevere una liquidazione destinata a favorire il loro reinserimento sociale e lavorativo.
Ma interviene l’Agenzia delle Entrate, che pretende di recuperare i debiti che questi soggetti hanno nei confronti dello Stato, per esempio le spese processuali e quelle sostenute per il loro mantenimento in carcere.
Il risultato è paradossale: la liquidazione prevista per consentire loro di ricominciare una nuova vita può essere bloccata o destinata al pagamento dei debiti, lasciando i beneficiari senza denaro e, in alcuni casi, senza una casa e con una famiglia da mantenere.
2. Una legge che non distingue tra situazioni diverse
Alla base del problema c’è una norma del 1973, l’articolo 48-bis del decreto del Presidente della Repubblica n. 602, che limita i pagamenti da parte della pubblica amministrazione nei confronti di chi ha debiti pubblici.
La disposizione viene applicata anche ai collaboratori di giustizia, senza considerare adeguatamente la loro particolare condizione: persone che hanno collaborato con la magistratura, contribuendo a processi e condanne contro organizzazioni mafiose.
La situazione può diventare ancora più assurda quando il denaro viene utilizzato per acquistare un appartamento intestato al collaboratore: la casa potrebbe successivamente essere pignorata per recuperare il debito.
3. La battaglia legale dell’avvocata Fiormonti
L’avvocata Adriana Fiormonti, che assiste numerosi collaboratori, contesta questa impostazione davanti ai giudici. Sostiene che lo Stato non dovrebbe limitarsi a presentare il conto delle spese sostenute, ignorando i benefici ottenuti grazie alla collaborazione.
Le dichiarazioni dei pentiti hanno infatti contribuito alle indagini, alle condanne e alle confische dei patrimoni mafiosi. Secondo la legale, anche questo contributo dovrebbe essere considerato nel valutare la posizione economica dei collaboratori.
La battaglia giudiziaria ha avuto esiti alterni: dopo una vittoria davanti al Tar, il Consiglio di Stato ha rimesso la questione al giudice civile. La vicenda potrebbe arrivare fino alla Cassazione.
4. Il rischio per la lotta alla mafia
Il problema non riguarda soltanto i singoli collaboratori, ma l’intero sistema investigativo e giudiziario.
Al 31 dicembre 2024, secondo gli ultimi dati ufficiali citati nell’articolo, le persone protette erano 3.090, tra cui 707 collaboratori di giustizia e 54 testimoni, oltre ai rispettivi familiari.
Se si diffonde la convinzione che collaborare con lo Stato significhi essere protetti per anni e poi abbandonati al momento del reinserimento, altri potenziali collaboratori potrebbero essere scoraggiati dal rompere con le organizzazioni criminali.
È questo il timore centrale espresso dall’avvocata Fiormonti: senza fiducia nelle istituzioni, uno degli strumenti fondamentali per contrastare la mafia rischia di indebolirsi.
5. La possibile soluzione del governo
Il ministero dell’Interno, guidato da Matteo Piantedosi, riconosce nella relazione al Parlamento l’esistenza di un problema. Nei nuovi contratti, intanto, i collaboratori devono accettare che la liquidazione venga utilizzata per estinguere, totalmente o parzialmente, i debiti erariali oppure per concordarne il rimborso rateale.
È però allo studio una modifica legislativa che prevede di esonerare i collaboratori dal pagamento delle spese di giustizia relative ai reati sui quali hanno fornito collaborazione e dal rimborso delle spese di mantenimento in carcere.
La proposta mira quindi a evitare che i debiti maturati per il passato compromettano il reinserimento nel presente. Resta da vedere se e quando diventerà legge.
Il significato dell’articolo
Il punto fondamentale è il conflitto tra due esigenze dello Stato: da una parte recuperare i crediti pubblici, dall’altra proteggere chi ha contribuito concretamente alla giustizia e alla lotta contro la criminalità organizzata.
La questione non è semplicemente se i debiti debbano essere pagati, ma se sia ragionevole applicare le normali procedure di riscossione senza considerare la funzione della collaborazione e gli obblighi assunti dallo Stato nei confronti di queste persone.
Il rischio evidenziato dagli autori è che una contraddizione amministrativa e normativa finisca per compromettere la credibilità delle istituzioni: lo Stato chiede aiuto per combattere la mafia, utilizza le informazioni ricevute e poi rischia di vanificare il percorso di reinserimento di chi ha collaborato.
In definitiva, la vicenda pone una domanda di coerenza istituzionale: la tutela dei collaboratori di giustizia può essere considerata soltanto una misura temporanea di sicurezza oppure deve comprendere anche condizioni concrete per ricostruirsi una vita legale una volta terminata la protezione?
28 ottobre 2026





