Il prof. Mauro Magatti ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale sostiene che nel mndo è in atto un processo di irrisione e delegittimazione degli organismi internazionali e delle autorità scientifiche.
Scrive Magatti: ”La reazione scomposta di Donald Trump e Benjamin Netanyahu all’assegnazione del Nobel per la pace a Navy Pillay non è un incidente di percorso, né soltanto l’ennesima manifestazione del narcisismo politico dilagante. È l’ultimo atto di una deriva riassumibile in una formula drastica: la verità non c’è più. O meglio: non esistono più luoghi riconosciuti in cui la verità possa venire cercata, discussa, accertata. Se il Comitato di Oslo decide diversamente da quanto preteso, il problema non è la decisione ma il Comitato stesso: delegittimato, irriso, accusato di parzialità. Non si contesta un giudizio; si nega il diritto di giudicare”.
E prosegue: ”La modernità si è sviluppata come tentativo di trovare un rimedio a questo problema. Non abolendo la questione della verità, ma addomesticandola. L’intuizione fu tanto modesta quanto geniale: rinunciare alla verità ultima, almeno nello spazio pubblico, per costruire verità parziali, provvisorie, ma condivise. Da un lato la verità scientifica, fondata sul metodo, sulla verifica sperimentale, sulla possibilità di essere smentita. Dall’altro la verità giuridica, fondata sul processo, sul contraddittorio, sulla terzietà del giudice. Entrambe incomplete, entrambe rivedibili. Ma entrambe sorrette da istituzioni — università, accademie, tribunali, corti — chiamate a garantire procedure riconosciute da tutti. Il punto non era possedere la verità, ma disporre di luoghi e di regole per avvicinarvisi senza farsi la guerra”.
Per concludere: ”Le istituzioni internazionali che nel secondo dopoguerra avevano cercato di estendere quella logica ai rapporti tra gli Stati sono oggi screditate, ignorate, apertamente attaccate. Le Nazioni Unite sono ridotte a un’assemblea impotente. La Corte penale internazionale viene trattata come un nemico da colpire, quando le sue decisioni risultano scomode. Lo stesso accade con la scienza quando contraddice gli interessi del momento, con la magistratura quando indaga, con la stampa quando racconta. Ogni istanza terza diventa sospetta per il semplice fatto di essere terza”.
Il tema centrale
Mauro Magatti denuncia una deriva sempre più pericolosa: non si contestano più soltanto le decisioni delle istituzioni, ma si cerca di delegittimare le istituzioni stesse quando esprimono giudizi sgraditi al potere.
La reazione di Donald Trump e Benjamin Netanyahu all’assegnazione del Nobel per la pace a Navy Pillay è, per l’autore, un esempio di questa tendenza. Il problema non è più stabilire se una decisione sia giusta o sbagliata, discutendone le ragioni, ma negare a chi l’ha presa il diritto di giudicare.
I cinque punti fondamentali
1. La modernità ha costruito regole per cercare la verità.
Nella storia, la verità è stata spesso monopolizzata dalle autorità religiose e politiche, che pretendevano di possederla in modo assoluto. La modernità ha cercato di superare questo modello attraverso due strumenti fondamentali:
- La scienza, che verifica le proprie affermazioni attraverso metodi controllabili e risultati che possono essere smentiti.
- La giustizia, che si fonda sul contraddittorio, sull’imparzialità del giudice e su procedure riconosciute.
Né la scienza né la giustizia sono infallibili. Il loro valore consiste proprio nella possibilità di verificare, discutere e correggere le decisioni.
2. Le istituzioni indipendenti vengono attaccate quando diventano scomode.
Magatti individua un processo di delegittimazione che investe le Nazioni Unite, la Corte penale internazionale, le autorità scientifiche, la magistratura e la stampa.
Quando queste istituzioni contraddicono gli interessi dei governi o dei potenti, vengono accusate di parzialità, ridicolizzate o trattate come nemiche. In questo modo si indebolisce quel sistema di garanzie che consente a società diverse di convivere pacificamente.
3. L’intelligenza artificiale rende più difficile distinguere il vero dal falso.
La diffusione dell’intelligenza artificiale permette di produrre testi, immagini e voci estremamente convincenti. Ma, avverte l’autore, la plausibilità non equivale alla verità.
Se qualsiasi affermazione può essere accompagnata da una rappresentazione credibile, diventa più difficile riconoscere i fatti e costruire un giudizio fondato. Il problema tecnologico si somma così alla crisi della fiducia nelle istituzioni.
4. La verità rischia di diventare un attributo del potere.
È questo il passaggio più importante dell’editoriale. In passato, nella società dello spettacolo e delle piattaforme digitali, tendeva a essere considerato vero ciò che attirava attenzione e conquistava il pubblico.
Ora, secondo Magatti, si rischia un salto ulteriore: è vero ciò che viene affermato con sufficiente forza da chi detiene il potere. Non occorre dimostrare, argomentare o convincere: basta ripetere un’affermazione e imporla.
I protagonisti di questa trasformazione sono le autocrazie politiche e le oligarchie economiche che controllano le infrastrutture digitali. Il potere dispone oggi di strumenti di persuasione e sorveglianza enormemente più efficaci che in passato.
5. Senza una verità condivisa, la democrazia si indebolisce.
Se non esistono più criteri comuni per distinguere il vero dal falso, il confronto politico rischia di trasformarsi in uno scontro senza regole: il dissenso diventa tradimento e la critica viene interpretata come ostilità.
Inoltre, una volta distrutta la fiducia nelle istituzioni, non basta una legge per ricostruirla. Servono tempo, credibilità e pratiche condivise.
La conclusione di Magatti
La sfida non consiste soltanto nel difendersi dalle menzogne dei potenti. Occorre ricostruire luoghi educativi, scientifici, giuridici e civili nei quali la ricerca della verità sia un’impresa collettiva, aperta al confronto e alla correzione degli errori.
20 ottobre 2026





