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La rabbia lo ha reso il più grande

Aldo Cazzullo ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale celebra Lionel Messi come il più grande calciatore di tutti i tempi, al di là dei confronti con Diego Maradona, Pelé o Kylian Mbappé. Il punto centrale non è solo il talento, ma la rabbia: una forza interiore nata dalla sofferenza, dalla solitudine e dalle umiliazioni, che nei momenti decisivi trasforma Messi in un campione assoluto.

Afferma Cazzullo: ”Maradona è un mito ribelle. Pelé vinse tre Mondiali. Ronaldo resterà per sempre CR7. Mbappé batterà il suo record di gol ai Mondiali, magari già tra pochi giorni. Ma Leo Messi, anzi Lio come lo chiamano gli argentini, 39 anni oggi, è il più grande calciatore di tutti i tempi. La sua fortuna, lunedì ad Arlington, Texas, è stata aver sbagliato il rigore. Da allora ha giocato con una rabbia che non gli si vedeva da tempo. Il secondo gol, al 94esimo, lo ha impostato, lo ha rifinito, lo ha ribadito in rete. Poi ha esultato come un ragazzino. Da sempre leva le braccia al cielo, per salutare nonna Celia, che lo portava agli allenamenti: «Fate giocare il piccolo!». Ora il pensiero va anche al padre Jorge, che gli ha trovato i soldi per l’ormone della crescita, l’ha portato a Barcellona, e gli ha giurato di non lasciarlo mai solo. Qualunque cosa debba accadere”.

E continua: ”Lio in campo è quasi sempre corretto, ma una sera di Champions un calciatore della Roma, già ammonito, si sentì provocare: «Italiano mafia spaghetti». Si girò: era Messi. L’altro giorno Alexander Schlager, il portiere austriaco, prima del rigore l’ha innervosito, chiamandolo più volte. Lui ha sbagliato. Nessun compagno è andato a consolarlo. Avevano capito che dentro di lui era già nata la voglia della rivincita, quasi della vendetta. Senza una punta di rabbia, non si diventa campioni; tanto meno il più grande di tutti i tempi”.

Cazzullo ricostruisce la carriera mondiale di Messi attraverso le sconfitte: l’ingenuità del 2006, il disastro del 2010 con Maradona allenatore, la finale persa del 2014 contro la Germania, la delusione del 2018. Ogni caduta alimenta un peso emotivo che trova riscatto solo nel Mondiale vinto in Qatar, culmine di una maturazione lenta e dolorosa.

Accanto al campione emerge l’uomo: un bambino fragile, afflitto da complessi e difficoltà di crescita, costretto a lasciare Rosario per curarsi in Europa, spesso solo e spaesato anche nel successo al Barcellona. L’amore per la famiglia, il ricordo della nonna Celia e del padre Jorge, la nostalgia dell’Argentina e il legame mai spezzato con Rosario spiegano perché Messi, pur vivendo nel mondo, resti profondamente argentino.

Il ritratto si completa con l’infanzia difficile, le prese in giro, la timidezza, gli scherzi crudeli nello spogliatoio, la malinconia dell’esilio e la fedeltà affettiva ad Antonella Roccuzzo, compagna di una vita. Dietro l’apparente serenità di Messi, scrive Cazzullo, c’è una sofferenza continua che in campo si trasforma in agonismo feroce.

La conclusione è netta: senza quella rabbia silenziosa — esplosa dopo un rigore sbagliato o una provocazione — Messi non sarebbe diventato ciò che è. La grandezza nasce dal dolore, e nel suo caso ha prodotto il più straordinario calciatore della storia.

24 giugno 2026