Giuseppe Sarcina ha pubblicato un editoriale sul Corriere della Sera nel quale sostiene che a Whasington nel vertice tra il presidente americano Donad Trump e quello della Cina, Xi Jinping, si è stipulato un patto leonino, incurante degli effetti sugli alleati più o meno stretti: Taiwan per gli Usa; l’Iran per la Cina. Vera o falsa che sia questa notizia, usciamo da questa settimana con alcune deludenti conferme.
Scrive Sarcina: ”La Cina non ha alcuna intenzione di spendersi per una seria iniziativa diplomatica, in particolare a favore dell’Ucraina. Ne ha preso atto anche Volodymyr Zelensky che a lungo aveva offerto accordi vantaggiosi a Xi Jinping, sperando potesse convincere Mosca a negoziare. Il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha riassunto così l’atteggiamento dei cinesi: sono come alcuni giocatori di pallanuoto, in superficie rispettano le regole, ma sott’acqua tirano calci. Bessent si riferiva ai comportamenti economici, ma la sua metafora si adatta anche alle scelte politiche. Xi Jinping dichiara di volere la «stabilità strategica», ma intanto le aziende cinesi inviano armi ai Pasdaran e tecnologia «dual use», civile e militare, a Mosca”.
E prosegue: ”Nel 2029 gli alleati faranno una verifica delle necessità per la Nato. Trump non occuperà più la Casa Bianca. Putin, non sappiamo. Lo scenario potrebbe cambiare. In ogni caso, stando ai piani del governo, nella legge di Bilancio per il 2027 figurerà un incremento di 7,1 miliardi per la difesa. Altri 15 miliardi sono previsti per il 2028. Ma ci sarà un altro esecutivo e si vedrà. Le risorse per il 2027 saranno scaricate sul debito, non verranno tolte da altre voci e l’onere immediato per le casse pubbliche sarà il pagamento degli interessi sui Buoni di Stato necessari per coprire le nuove uscite. Dopodiché, naturalmente, si può sempre obiettare che questi soldi sono comunque troppi o che non va speso neanche un centesimo in più per la difesa. Però sarebbe utile stare sulle cifre reali”.
Sarcina parte dal vertice tra Donald Trump e Xi Jinping per sostenere che la Cina, pur aspirando a un ruolo centrale nella diplomazia mondiale, non sembra intenzionata a utilizzare il proprio peso per favorire una vera soluzione diplomatica alla guerra in Ucraina.
Il punto centrale dell’editoriale è il possibile consolidarsi di un rapporto privilegiato tra Washington e Pechino, una sorta di nuova «diarchia» mondiale. Xi ha invitato Trump a evitare la cosiddetta «Trappola di Tucidide», cioè lo scontro inevitabile tra una potenza emergente e una potenza dominante. Ma, secondo Sarcina, dietro questo appello alla stabilità rimangono enormi contrasti commerciali, tecnologici e militari.
Cina, Russia e Medio Oriente
Secondo Sarcina, è ormai necessario abbandonare l’illusione che Xi voglia impegnarsi seriamente per fermare la guerra in Ucraina. Pechino sostiene formalmente la «stabilità strategica», ma contemporaneamente, secondo le informazioni richiamate nell’articolo, imprese cinesi fornirebbero armi all’Iran e tecnologie dual use alla Russia.
La metafora utilizzata dal segretario al Tesoro americano Scott Bessent è quella dei giocatori di pallanuoto: in superficie rispettano le regole, sott’acqua tirano calci. Sarcina ritiene che la metafora descriva non soltanto il comportamento economico cinese, ma anche quello geopolitico.
L’assenza dell’Europa
È questo, probabilmente, l’aspetto più importante dell’articolo. Nel nuovo confronto tra le grandi potenze l’Europa rischia di essere spettatrice anziché protagonista.
Sarcina riprende la frase del premier canadese Mark Carney: «O noi medie potenze ci sediamo al tavolo, oppure saremo nel menù». Il vertice Trump-Xi, secondo l’autore, sembra confermare proprio questo rischio.
L’Europa, però, è frenata da un dibattito interno molto duro su:
- quanto sia realmente grave la minaccia russa;
- quanto sostenere l’Ucraina;
- quanto investire nella difesa;
- come finanziare il riarmo.
Sarcina cita come esempio positivo la riunione convocata da Emmanuel Macron con i leader dell’opposizione francese sulle interferenze russe. Anche esponenti del Rassemblement National, tradizionalmente vicini alle posizioni del Cremlino, hanno espresso una dura condanna delle manovre russe. Da qui la domanda polemica: perché il governo italiano non fa qualcosa di analogo?
Il nodo del riarmo italiano
La parte finale dell’editoriale cerca soprattutto di riportare il dibattito italiano sui numeri reali.
Sarcina sottolinea che l’obiettivo Nato del 5% del PIL per la difesa e la sicurezza viene spesso interpretato come se l’intero 5% fosse destinato alle armi. In realtà, secondo la distinzione richiamata nell’articolo, la quota propriamente militare sarebbe il 3,5%, mentre il restante 1,5% riguarda spese collegate alla sicurezza.
Su questa base, Sarcina calcola circa 250 miliardi di euro in dieci anni per la componente militare, anziché 500 miliardi.
Per l’Italia, il governo prevede inoltre 7,1 miliardi di euro aggiuntivi per la difesa nel 2027 e altri 15 miliardi nel 2028. Le nuove spese, sottolinea l’autore, verrebbero finanziate attraverso nuovo debito e quindi comporterebbero anche ulteriori interessi da pagare.
Il messaggio di fondo
L’editoriale mette dunque insieme due problemi strettamente collegati:
- il nuovo equilibrio mondiale, nel quale Stati Uniti e Cina sembrano sempre più determinanti mentre la Russia cerca il proprio spazio;
- la debolezza politica dell’Europa, che rischia di non avere sufficiente peso nei negoziati sulle grandi crisi internazionali.
La conclusione di Sarcina non è un invito a spendere necessariamente di più per la difesa, ma a discutere seriamente sulla base di cifre, minacce e scenari concreti, evitando sia allarmismi sia sottovalutazioni.
In altre parole, il titolo «L’asse che tiene» sembra riferirsi soprattutto all’asse Washington-Pechino: mentre le due grandi potenze cercano di definire le proprie relazioni, l’Europa rischia di rimanere fuori dalla stanza in cui si decidono gli equilibri internazionali.
26 settembre 2026





