L’Assemblea delle Nazioni Unite dovrebbe essere l’appuntamento più importante del mondo dove si confrontano i Grandi della Terra per affrontare gli sconquassi che la deligittimazione degli organismi internazionali, in primis proprio l’Onu (vedi i discorsi di Trump, Milei e Netanyahu) e il Tribunale Internazione dell’Aja, ha posto in manifesta evidenza. La crisi sembra irreversibile, perchè mancano personalità in grado di assolvere questo, non agevole ma gigantesco ,compito. Si è anche alla vigilia della nomina del prosssimo segretario generale, e un po`tutti noi sappiamo bene che il primo nodo da sciogliere dovrebbe essere questo: l’eliminazione del diritto di veto caro a Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia, ormai anacronistico, che impedisce l’adozione di risoluzioni efficaci e che potrebbero portare ad una clima di una pace vera e non fasulla.
Questa osservazione coglie un problema reale: la crisi dell’ONU non è soltanto una crisi di efficacia, ma una crisi di autorità politica e di legittimazione. E il paradosso è che proprio mentre aumentano guerre, rivalità tra potenze, crisi climatiche, migrazioni e conflitti regionali, il sistema multilaterale appare più debole.
Lo si è visto anche nell’Assemblea generale di questi giorni. Nel suo discorso del 22 settembre 2026 Trump ha attaccato duramente il Tribunale penale internazionale e criticato l’ONU, pur sostenendo che l’organizzazione abbia un grande potenziale; non è quindi semplicemente un problema di “chi ha ragione”, ma della crescente difficoltà dell’ONU a essere percepita come autorità superiore alle singole potenze.
Il punto sollevato sul veto è centrale
Il veto dei cinque membri permanenti — Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito — è certamente uno degli elementi più anacronistici dell’architettura ONU. L’articolo 27 della Carta stabilisce infatti che, sulle questioni sostanziali, servano nove voti favorevoli compresi i voti concordi dei cinque permanenti: in sostanza, uno solo di essi può impedire l’approvazione di una decisione.
Ma qui emerge una contraddizione fondamentale.
Il veto è contemporaneamente ciò che paralizza il Consiglio di Sicurezza e ciò che rende possibile che le grandi potenze restino dentro il sistema.
Quando nel 1945 venne costruita l’ONU, il ragionamento delle potenze vincitrici era sostanzialmente: non possiamo costruire un sistema di sicurezza collettiva contro una delle grandi potenze, perché quella potenza semplicemente non lo accetterebbe.
È una logica discutibile nel XXI secolo, ma non è una casualità storica. E spiega perché abolire unilateralmente il veto sia praticamente impossibile.
La stessa Carta lo dimostra: per modificarla occorrono i due terzi dell’Assemblea generale e la ratifica dei due terzi degli Stati membri, compresi tutti e cinque i membri permanenti del Consiglio di sicurezza.
Quindi c’è un cortocircuito quasi perfetto: per eliminare il privilegio dei cinque, bisogna ottenere il loro consenso a rinunciare al privilegio.
Per questo occorrereebbe distinguere due questioni
La prima è abolire il veto.
La seconda, forse ancora più importante, è impedirne l’uso quando il membro permanente è direttamente coinvolto nel conflitto.
25 settembre 2026
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