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Editoriali

La lezione del Danubio giallo

Barbara Stefanelli ha pubblicato un editoriale sul Corriere della Sera ne quale cita un episodio straordinario che riguarda uno dei grandi fiumi europei, il Danubio: il fiume, che quest’estate si è abbassato fino a restituire relitti e resti umani della Seconda guerra mondiale, sembra riportare alla luce una lezione che rischiamo di aver dimenticato.

Scrive Stefanelli: ”In questa estate infinita quel maestoso fiume, che torcendosi da blu a giallastro ha fatto riemergere il passato, ci chiede per contrappasso se sappiamo riconoscere una sfida che non prevede un nemico oltre confine né una dichiarazione precisa di ostilità. Una sfida che non veste uniformi con mostrine perché non misura i gradi ma i centigradi. Nel 2015, a Parigi, ci eravamo impegnati a mantenere il riscaldamento ben al di sotto dei 2°C e a fare ogni sforzo per limitarlo a 1,5. Ci siamo già arrivati: nel triennio 2023-25 la temperatura globale è stata in media 1,48 gradi oltre i livelli preindustriali. Abbiamo aggiunto calore e perso risorse: gli Stati Uniti di Donald Trump hanno disertato il patto, è noto, ma la verità è che (secondo i dati del Climate Action Tracker) nessuno dei Paesi con il tasso più alto di emissioni dispone oggi di un piano allineato alla soglia di 1,5 gradi giudicato «credibile».

E prosegue: ”Un elemento emerge, il più drammatico. Coinvolge chi quelle fatture le paga e chi riesce a evitarle — o almeno a non soffrirne, non più di tanto. Il populismo ha trovato terreno facile, fin troppo, nell’alzare barricate e sventolare bandiere contro il prezzo della transizione energetica. Fin troppo perché è stato «assecondato» da normative a volte mal congegnate. La Nature Restoration Law, la legge europea sul ripristino della natura approvata nel 2024, conteneva un equivoco sin dal nome: induceva a immaginare una «restaurazione» rigida, una ritirata accelerata che avrebbe travolto i meno avveduti e protetti — la classe medio-bassa. La partita era e resta un’altra: costruire ecosistemi flessibili, in grado di rigenerarsi in condizioni nuove. Che significa accostare adattamento climatico, sicurezza alimentare, in una parola: «resilienza» davanti ai rischi. La differenza non è semantica; l’innovazione ecologica è un’industria in crescita con investimenti, posti di lavoro, duelli per la competitività globale che in questo momento sembrano un campionato ristretto a Cina e Stati Uniti”.

La memoria della guerra e la nuova minaccia

La motocicletta di un soldato tedesco, le sue piastrine e i relitti della flotta nazista riaffiorati dal Danubio ricordano una tragedia nella quale il nemico era chiaramente identificabile. Il nazismo aveva un volto, un esercito, un’ideologia e un territorio. Dopo la vittoria degli Alleati e la morte di circa 70 milioni di persone, compresi i sei milioni di ebrei assassinati nella Shoah, nacque la volontà di costruire un ordine fondato su diritti, regole e cooperazione internazionale.

Oggi, sostiene Stefanelli, la minaccia è molto diversa: non ha un esercito né una divisa e non si trova oltre un confine. È la crisi climatica, riconoscibile non dalle mostrine militari ma dai gradi del termometro.

Il clima non è più una previsione

L’accordo di Parigi del 2015 puntava a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C rispetto all’epoca preindustriale. Quella soglia è ormai praticamente raggiunta: nel triennio 2023-2025 la temperatura media globale è stata di circa 1,48 °C superiore ai livelli preindustriali.

Il problema, quindi, non è più stabilire se il cambiamento climatico esista, ma come reagire a una crisi ormai evidente: siccità, caldo estremo, eventi meteorologici sempre più intensi, difficoltà agricole e rischi per la sicurezza alimentare.

Stefanelli critica anche il linguaggio con cui descriviamo questi fenomeni. Parlare continuamente di “ondate di calore” rischia di farli apparire come episodi eccezionali e temporanei. In realtà, quelle che consideriamo anomalie stanno diventando la nuova struttura delle stagioni.

Il costo dell’inazione

L’autrice individua tre grandi questioni.

1. Il costo economico.
Il caldo e la siccità dell’estate 2026 potrebbero costare all’Unione europea circa 180 miliardi di euro, quasi un punto di Pil. Per l’Italia il danno prospettico è ancora più pesante: entro il 2050 il cambiamento climatico potrebbe sottrarre fino a 6 punti di Pil. È quello che Stefanelli definisce uno “spread climatico”.

2. Prevenire costa meno che riparare.
L’inazione non è più gratuita. Fiumi troppo bassi mettono in difficoltà le centrali, le dighe producono meno energia, l’agricoltura soffre e i prezzi alimentari aumentano. Investire nella prevenzione costa, ma non intervenire costa molto di più. E oggi quei costi non sono più una previsione per le generazioni future: sono già nelle bollette, nei prezzi e nelle difficoltà quotidiane delle famiglie.

3. La transizione deve essere socialmente sostenibile.
Qui emerge il problema politico. Il populismo ha sfruttato il malcontento contro il prezzo della transizione energetica, anche perché alcune normative europee sono state concepite male o comunicate peggio. Stefanelli cita la legge europea sul ripristino della natura come esempio di una politica che può essere percepita come una minaccia soprattutto dalla classe medio-bassa.

Ma criticare e correggere una politica non significa rifiutarne l’obiettivo. La transizione ecologica deve essere ripensata in termini di adattamento, sicurezza alimentare e resilienza.

Ecologia come occasione economica

La Stefanelli introduce anche un elemento meno catastrofico: la transizione ecologica non è soltanto un costo, ma può diventare un grande settore industriale, capace di generare investimenti, innovazione e occupazione.

La vera sfida competitiva, infatti, potrebbe essere proprio quella della tecnologia verde, oggi dominata soprattutto da Cina e Stati Uniti. L’Europa rischia di perdere terreno se trasforma la transizione in una guerra ideologica invece di considerarla anche una grande opportunità economica.

Il significato finale del Danubio

Il Danubio diventa così lo specchio di due tragedie molto diverse. Dal suo fango riemerge la memoria della guerra mondiale del Novecento; dalle sue acque sempre più basse emerge invece il segnale di una crisi planetaria che stiamo vivendo nel presente.

La domanda conclusiva è quindi soprattutto politica e morale: abbiamo imparato qualcosa dalla capacità con cui le generazioni precedenti seppero unirsi davanti a una minaccia comune?

Dopo aver visto nel “retrovisore” gli orrori della guerra, rischiamo di non guardare attraverso il “parabrezza” ciò che ci aspetta. La lezione del Danubio è che non possiamo limitarci ad adattarci progressivamente al disastro: dobbiamo cambiare rotta insieme, soprattutto per evitare che siano ancora una volta i più deboli a pagare il prezzo più alto.

In una frase: Stefanelli sostiene che il Danubio, restituendo i resti della guerra, ci ricorda quanto sia stata necessaria la cooperazione internazionale contro una minaccia comune; oggi dobbiamo ritrovare quella stessa capacità di agire insieme contro una minaccia diversa ma altrettanto globale: la crisi climatica, che non possiamo più trattare come un’eccezione temporanea né affrontare semplicemente con l’adattamento.

6 settembre 2026