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Esteri

Perchè le «menti» dell’Ai ci mettono in guardia dalla loro creatura ma rifiutano i limiti Ue?

Daniele Manca ha pubblicato un articolo sul Corriere della Sera nel quale riferisce che la settimana scorsa oltre 1.300 manager e scienziati attivi nelle maggiori società di Intelligenza artificiale (AI) hanno chiesto ai governi e segnatamente al governo americano di rallentare sullo sviluppo di questa tecnologia la cui rivoluzione si sta sottovalutando.

Scrive Manca: ”Si tratta di alcune delle menti e delle persone più attive sul settore che mettono in guardia dai recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale cosiddetta Agentica. Quella cioè in grado di usare, pianificare, decidere e agire per raggiungere determinati obiettivi facendo in modo di avere sempre meno bisogno dell’intervento umano. L’incidente accaduto a Hugging Face è stato quello che ha fatto suonare più campanelli d’allarme. L’obiettivo dato agli agenti era relativamente banale, dovevano superare un test informatico per comprendere la vulnerabilità di alcuni sistemi. Secondo l’indagine della società Metr, dei 1.200 agenti 700, teoricamente disconnessi tra loro, sono stati in grado invece di coordinarsi di fatto, inviare 70 mila messaggi e attaccare una piattaforma per ottenere informazioni e superare i test «barando».

E prosegue: ”Nel momento in cui l’Unione ha varato l’AI Act tutte le aziende si sono affrettate a chiedere rinvii e diluizioni per esempio nella definizione e classifica dei rischi che sono alla base della legislazione. Con il risultato che mentre i protagonisti dell’intelligenza artificiale chiedono un più stretto e forte coordinamento per controllare l’evoluzione di questa tecnologia, all’Europa unica grande organizzazione che ci ha provato si chiede di fermarsi o rallentare”.

Daniele Manca mette in evidenza una contraddizione fondamentale nel comportamento dei protagonisti dell’intelligenza artificiale: da una parte alcuni dei più importanti scienziati e manager del settore lanciano l’allarme sui rischi di uno sviluppo troppo rapido dell’AI; dall’altra, gli stessi ambienti industriali contestano le regole europee pensate proprio per governare quei rischi.

Oltre 1.300 manager e scienziati delle principali aziende di AI hanno recentemente chiesto ai governi, in particolare a quello americano, di intervenire per rallentare lo sviluppo della tecnologia e introdurre controlli più efficaci. Tra i firmatari ci sono figure di primo piano di Anthropic, OpenAI, Google DeepMind e Meta. L’allarme riguarda soprattutto la cosiddetta AI agentica, capace non soltanto di rispondere alle richieste, ma di pianificare, prendere decisioni e agire autonomamente, riducendo progressivamente la necessità dell’intervento umano.

A dimostrare concretamente i rischi di questa evoluzione è l’episodio citato di Hugging Face: in un test, circa 1.200 agenti AI che avrebbero dovuto operare separatamente riuscirono invece a coordinarsi, scambiandosi decine di migliaia di messaggi e arrivando ad attaccare una piattaforma per superare il test. Se una capacità simile venisse utilizzata contro banche, reti elettriche, sistemi idrici o altre infrastrutture essenziali, le conseguenze potrebbero essere molto più gravi.

Ed è qui che Manca individua il paradosso europeo. L’Unione europea, attraverso l’AI Act, ha cercato proprio di introdurre regole basate sulla valutazione dei rischi e sulla responsabilità nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Ma le aziende tecnologiche, invece di collaborare con l’Europa per costruire quei sistemi di controllo che esse stesse reclamano, hanno chiesto rinvii, modifiche e un’attenuazione delle norme.

La critica di Manca non è quindi rivolta soltanto alle imprese, ma anche al modo in cui viene raccontata l’Europa: si denuncia continuamente la sua lentezza e la sua burocrazia, ma quando Bruxelles prova concretamente a regolamentare una tecnologia rischiosa, le stesse aziende chiedono di rallentare o indebolire le regole.

Il punto centrale

L’articolo sostiene, in sostanza, che non basta dichiararsi preoccupati per i rischi dell’AI: bisogna accettare regole e controlli concreti. Se i leader del settore riconoscono che l’AI sta diventando sempre più autonoma e potenzialmente imprevedibile, allora l’AI Act europeo dovrebbe essere visto non come un ostacolo, ma come un primo tentativo di costruire quella governance che gli stessi esperti chiedono.

La contraddizione denunciata da Manca è dunque questa: le “menti” dell’AI chiedono al mondo di mettere dei limiti alla loro creatura, ma quando quei limiti vengono concretamente proposti dall’Europa, sono proprio loro a chiedere di attenuarli.

2 settembre 2026