L’Italia ha un debito assai elevato. Ha superato il 3.200 miliardi di euro, il che pone il governo Meloni davanti ad una manovra finanziaria che, assai probabilmente, non consentirà di promettere finanziamenti a pioggia, come spesso avvenuto in passato. Quali gli scenari possibili, considerando che ci si avvicina a grandi passi ad un appuntamento elettorale che non promette scintille a favore di noi contribuenti?
Occorre fare una distinzione importante: il dato dei 3.200 miliardi è reale, ma non significa che l’Italia sia improvvisamente entrata in una situazione di emergenza finanziaria. Il problema è che, a quel livello, ogni nuova misura strutturale costa molto e il margine politico per distribuire risorse si restringe.
A giugno 2026 il debito pubblico era precisamente 3.207,2 miliardi, 26,2 miliardi in più in un solo mese e circa 136 miliardi sopra il livello di un anno prima.
Il vero problema: non tanto lo stock, quanto il costo di mantenerlo
Un debito di 3.200 miliardi diventa particolarmente problematico quando:
- la crescita economica rimane bassa e nel Belpaese siamo in una situazione di crescita asfittica;
- il deficit continua a produrre nuovo debito;
- i tassi d’interesse restano relativamente elevati;
- una quota crescente dei titoli viene acquistata dall’estero.
Quest’ultimo elemento merita attenzione: a maggio la quota detenuta dai non residenti era salita al 35,9%, mentre quella della Banca d’Italia era scesa al 16,7%.
In altre parole, l’Italia deve continuamente convincere il mercato che è in grado di onorare il proprio debito. Non basta dire che il debito è sostenibile: bisogna dimostrarlo attraverso bilanci credibili.
E qui arriva il problema politico della legge di Bilancio 2027
È probabilmente questo il punto più interessante della domanda.
Da una parte, Meloni sostiene una linea prudente e punta a uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo; dall’altra, Matteo Salvini ha appena chiesto almeno 20 miliardi di maggiore deficit per il 2027, sostenendo che si tratti di una scelta che l’Italia può prendere autonomamente.
Questo contrasto fotografa perfettamente il dilemma del governo:
rigore finanziario oppure consenso elettorale?
E il calendario rende la scelta ancora più difficile: nel 2027 ci saranno le elezioni politiche.
A mio giudizio gli scenari sono quattro
1. La «manovra elettorale» classica
È lo scenario più rischioso.
Il governo potrebbe cercare di concentrare nel 2027 alcune misure facilmente percepibili dagli elettori:
- riduzione dell’Irpef;
- pensioni;
- bonus;
- detrazioni;
- incentivi alle famiglie;
- sostegni alle imprese;
- interventi sulle bollette;
- qualche misura simbolica richiesta dai partiti della maggioranza.
È significativo che sia già circolata l’ipotesi di un ulteriore taglio dell’Irpef, con un beneficio che potrebbe andare da circa 100 a 1.000 euro.
Il problema è che i soldi non sono infiniti.
Se le nuove spese non sono coperte da maggiori entrate o da tagli di altre spese, finiscono nel deficit e quindi nel debito.
È la soluzione politicamente più appetibile ma economicamente più pericolosa.
2. Una manovra molto prudente
È lo scenario che personalmente considero più razionale.
Il governo potrebbe dire, in sostanza:
«Con 3.200 miliardi di debito non possiamo fare regali elettorali. Dobbiamo concentrarci su poche priorità.»
Quindi:
- poche agevolazioni;
- niente grandi bonus generalizzati;
- tagli fiscali selettivi;
- revisione della spesa pubblica;
- maggiore lotta all’evasione;
- interventi concentrati su crescita e produttività.
Sarebbe finanziariamente più serio, ma politicamente molto difficile a pochi mesi dal voto.
Perché l’elettore vede immediatamente il beneficio di un bonus o di una riduzione fiscale; vede molto meno il beneficio di una riduzione del deficit.
3. Il «compromesso creativo»
È probabilmente lo scenario più probabile.
Il governo potrebbe cercare di fare contemporaneamente un po’ di rigore e un po’ di spesa, finanziando le misure attraverso:
- maggiori entrate fiscali;
- revisione delle detrazioni;
- recupero dell’evasione;
- tassazione temporanea di alcuni settori;
- dividendi o maggiori entrate da società pubbliche;
- riduzione di alcune spese;
- eventuale maggiore flessibilità europea.
È esattamente il terreno sul quale si sta già muovendo il dibattito politico: Salvini, per esempio, ha rilanciato l’idea di un prelievo su banche e assicurazioni e di un’estensione della tassazione degli extraprofitti al settore energetico.
Il rischio è che si finisca per spostare il costo anziché eliminarlo.
4. Il «vincolo dei mercati»
È lo scenario che potrebbe, paradossalmente, decidere tutto.
Se i mercati giudicassero troppo espansiva la legge di Bilancio, potrebbe aumentare lo spread. A quel punto il costo delle nuove emissioni di BTP salirebbe.
E qui si entra in un meccanismo perverso:
più deficit → più debito → maggiore rischio percepito → tassi più alti → maggiore spesa per interessi → meno soldi disponibili per sanità, pensioni, scuola, investimenti e riduzione delle tasse.
È questo, secondo me, il vero «guardiano» della prossima legge di Bilancio.
Non necessariamente Bruxelles.
Il mercato.
E c’è una contraddizione politica molto interessante
Meloni arriva alle elezioni del 2027 dopo quasi cinque anni di governo.
Se vuole presentarsi agli elettori dicendo:
«Abbiamo risanato i conti pubblici»,deve evitare una grande espansione della spesa nel bilancio pre-elettorale.
Ma se invece vuole dire:
«Abbiamo ridotto le tasse e aumentato i benefici per gli italiani», ha bisogno di trovare parecchi miliardi.
Ed è qui che il debito di 3.207 miliardi diventa anche un problema elettorale.
E c’è un ultimo elemento da non sottovalutare
Il governo potrebbe essere tentato di non fare una grande manovra elettorale, ma di distribuire piccoli interventi facilmente comunicabili.
È molto più facile politicamente dire:
«Abbiamo ridotto l’Irpef»,
che spiegare:
«Abbiamo rinunciato a 15 miliardi di nuova spesa per mantenere credibile il percorso di riduzione del deficit.»
Per il contribuente, però, la seconda strada potrebbe essere più conveniente nel medio periodo.
La previsione possibile
Se si dovesse scommettere oggi, non ci sarà certamente la classica abbuffata di spesa pubblica, perché il debito è ormai troppo elevato e il governo ha interesse a consolidare la credibilità finanziaria proprio prima delle elezioni.
Assai probabilmente verrà impostata piuttosto una manovra selettivamente espansiva: qualche riduzione fiscale, qualche misura per famiglie e imprese, concessioni alla Lega e agli altri partiti della maggioranza, ma cercando di presentare il tutto come finanziariamente coperto.
Il vero pericolo per noi contribuenti è un altro: che per finanziare le promesse elettorali non si taglino sprechi e spesa improduttiva, ma si aumentino le imposte indirette, si riducano detrazioni e servizi o si rinviino i problemi alla legislatura successiva.
In quel caso avremmo una situazione paradossale: il governo potrebbe arrivare alle elezioni proclamando di aver dato qualcosa agli italiani, mentre il conto sarebbe semplicemente stato trasferito al futuro.
E con 3.200 miliardi di debito, quel futuro siamo già noi
28 agosto 2026





