Federico Rampini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale sostiene che, quando i rapporti tra Stati Uniti e Russia diventano troppo tesi perché possa funzionare la diplomazia ufficiale, entra spesso in gioco un canale parallelo: quello dei capi dell’intelligence. La missione dell’attuale direttore della CIA, John Ratcliffe, a Mosca si inserisce in una tradizione che risale alla Guerra fredda e che è sopravvissuta alla fine dell’Unione Sovietica.
Il ricorso agli uomini dei servizi segreti non significa necessariamente che si stia preparando un grande accordo di pace. Può, al contrario, essere il segnale che i rapporti sono talmente deteriorati da rendere necessario un canale riservato per scambiarsi informazioni e avvertimenti, evitare incidenti, affrontare questioni nucleari, terrorismo o scambi di prigionieri. Nel caso attuale, Ratcliffe potrebbe anche trasmettere a Mosca un messaggio molto semplice: gli Stati Uniti conoscono i preparativi russi e avvertono Putin delle possibili conseguenze.
Rampini ricorda due precedenti significativi. Nel 2021, Joe Biden inviò a Mosca il direttore della CIA William Burns, che avvertì il Cremlino di ciò che l’intelligence americana aveva scoperto sui preparativi per l’invasione dell’Ucraina. Tre mesi dopo iniziò la guerra. Nel 2022, Burns incontrò nuovamente il capo dell’intelligence estera russa Naryshkin ad Ankara, soprattutto per comunicare i rischi catastrofici di un eventuale ricorso alle armi nucleari e discutere della sorte di cittadini americani detenuti in Russia. Già nel 2016, inoltre, il direttore della CIA John Brennan aveva svolto una missione riservata a Mosca durante la crisi siriana e dopo l’annessione della Crimea.
Il quadro attuale è però diverso perché Trump ha tentato di riaprire il dialogo personale con Putin. Dopo la telefonata del febbraio 2025 e soprattutto dopo il vertice di Anchorage del 15 agosto 2025, sembrò possibile un disgelo. Trump puntava sulla propria diplomazia personale per ottenere da Putin ciò che Biden non era riuscito a ottenere: un’intesa capace di aprire la strada alla fine della guerra.
Il vertice di Anchorage, però, non produsse alcun accordo concreto. Non ci fu né cessate il fuoco né intesa sull’Ucraina. Mosca continuò a pretendere il controllo dell’intero Donbass e garanzie che limitassero la sovranità strategica e militare ucraina. Washington non accettò queste condizioni. Anche il successivo richiamo russo allo «spirito di Anchorage» appare quindi, secondo Rampini, soprattutto come un tentativo di attribuire agli americani la responsabilità del fallimento del disgelo.
Nel 2026 la contraddizione è ancora più evidente: i contatti tra Washington e Mosca sono aumentati, ma le posizioni sul conflitto ucraino restano lontane. Gli Stati Uniti continuano infatti a sostenere militarmente Kiev, mentre contemporaneamente cercano di mantenere aperto il dialogo con il Cremlino.
A complicare ulteriormente il quadro c’è la crescente pressione economica americana contro l’Iran. La Russia, che mantiene un rapporto strategico con Teheran, viene così coinvolta indirettamente in un nuovo fronte di confronto con Washington.
Il punto centrale
La conclusione di Rampini è paradossale ma significativa: Trump ha ottenuto una cosa importante rispetto alla fase finale della presidenza Biden, cioè ha riaperto e moltiplicato i canali di comunicazione con Putin, ma non è riuscito finora a trasformare il dialogo personale in un compromesso sulla guerra in Ucraina.
Ed è proprio quando si parla senza riuscire a raggiungere un accordo che la diplomazia dei servizi segreti diventa particolarmente importante. I capi dell’intelligence possono trattare discretamente questioni che la diplomazia ufficiale non riesce ad affrontare: dagli scambi di prigionieri agli armamenti nucleari, fino agli avvertimenti sulle mosse militari.
In sostanza, per Rampini la missione di Ratcliffe non va necessariamente interpretata come il preludio a una pace imminente: potrebbe essere, al contrario, il segnale che Washington e Mosca sono ancora molto lontane da un accordo e hanno bisogno di un canale segreto per gestire una crisi che la diplomazia tradizionale non riesce a risolvere.
26 agosto 2026





