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Esteri

Prende forma il nuovo disordine mediorientale

Giordano Stabile ha pubblicato un editoriale su La Stampa e offre una sua interpretazione della nuova situazione mediorientale come l’effetto del progressivo disimpegno degli Stati Uniti, iniziato con il ritiro dall’Afghanistan e ormai visibile anche nella riduzione della presenza americana nel Golfo. Il venir meno della centralità statunitense apre così un vuoto di potere che le potenze regionali cercano di colmare.

Scrive Stabile: ”Quando gli imperi si ritirano, sultanati, emirati, regni, satrapie affilano le spade e cominciano a spartirsi il bottino. Il disimpegno americano dal Medio Oriente è in corso, anche se sarà negato fino all’ultimo. È cominciato cinque anni fa a Kabul. Oggi lo mostrano le immagini satellitari, poche ma sufficienti, delle basi nel Golfo, annerite e svuotate dopo i raid dei Pasdaran. Foreign Affairs, la bibbia geopolitica anglosassone, l’ha certificato: «Il Medio Oriente americano è finito». L’Iran ha di nuovo l’acquolina in bocca, smania, vorrebbe riempire quegli spazi. Ma ha le sue cicatrici e deve ancora tenere a bada la flotta a stelle e strisce. Altri hanno le mani più libere, grandi ambizioni. Su tutti la Turchia. Paese della Nato. Con un leader, Recep Tayyip Erdogan, che sa come parlare con Donald Trump, sfrutta le abilità e ambiguità tradizionali delle corti turche, ha individuato il punto debole del grande rivale regionale, Israele, e cioè la questione palestinese.”

E conclude: ”L’alleanza turco-saudita-pachistana è alla prova. La lotta è tra i sogni, i progetti, della Grande Turchia e la Grande Israele. Una cosa le accomuna. La precarietà dei confini, anche quelli stabiliti dai trattati. I riferimenti storici per rivendicare l’appartenenza dei territori contesi. Con l’ordine internazionale picconato da chi l’ha costruito, gli Usa, non ci sono certezze. Solo opportunità da cogliere con cinismo”.

Il principale beneficiario potrebbe essere la Turchia di Erdogan, che dispone di una posizione strategica particolare: è membro della Nato, sa dialogare con Trump e ha individuato nella questione palestinese il punto debole di Israele. Ankara, mantenendosi relativamente neutrale nel conflitto tra Usa e Iran, punta ora a trasformare questa posizione in maggiore influenza regionale.

Intorno alla Turchia si sta formando un possibile nuovo asse con Arabia Saudita e Pakistan: la prima mette a disposizione ricchezza e petrolio, il secondo una grande popolazione e una consistente capacità militare e nucleare. Israele guarda con crescente preoccupazione a questa evoluzione, tanto che l’ex premier Naftali Bennett ha definito la Turchia «il nuovo Iran».

Il principale teatro dello scontro è ancora una volta la Siria, dove Ankara punta ad ampliare la propria influenza e Israele cerca di impedirlo, anche attraverso raid contro le forze che potrebbero consentire alla Turchia di consolidare la propria presenza nel Paese.

La conclusione di Stabile è che il Medio Oriente sta entrando in una fase di forte instabilità e competizione tra potenze regionali. Turchia e Israele coltivano ambizioni territoriali e strategiche fondate anche su interpretazioni storiche dei confini. In un sistema internazionale sempre meno regolato, con gli Stati Uniti che non garantiscono più l’ordine di un tempo, i confini diventano più incerti e prevale la logica delle opportunità e della forza.

In una frase: il ritiro americano non porta maggiore stabilità, ma sta creando un vuoto che Turchia, Israele, Iran, Arabia Saudita e altre potenze regionali cercano di riempire, inaugurando un nuovo e più imprevedibile disordine mediorientale.

22 agosto 2026