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Editoriali

Più di 100 mila dublinanti rifiutati in 3 anni. Ora il Patto Ue presenta il conto all’Italia

Marco Bresolin ed Eleonora Camilli hanno pubblicato un articolo su La Stampa in cui chiariscono alcuni punti sulla controversia che riguarda diversi Paesi europei che, negli ultimi anni, hanno dovuto ospitare decine di migliaia di immigrati e che adesso si accingono a trasferire al Paese di primo approdo che è l’Italia. Il nostro governo punta su rimpatri più veloci e hub oltre confine, ma pesano i mancati trasferimenti. Viene messo in luce il paradosso con cui l’Italia entra nel nuovo Patto europeo su migrazione e asilo: il governo Meloni rivendica di aver ottenuto maggiore solidarietà europea e procedure di rimpatrio più efficaci, ma rischia di pagare un prezzo elevato per aver rifiutato per anni i trasferimenti dei cosiddetti “dublinanti”, cioè i richiedenti asilo per i quali l’Italia è considerata responsabile perché primo Paese di ingresso nell’Ue.

Scrivono Bresolin e Camilli: ”Nei primi tre anni di governo, secondo i dati di Eurostat, l’Italia di Giorgia Meloni ha ricevuto 109.427 richieste di trasferimenti di dublinanti da parte degli altri Stati membri, ma ne ha accolti solo 205, principalmente minori non accompagnati: 60 nel 2023 (a fronte di 42.468 richieste), 60 nel 2024 (a fronte di 42.807) e 85 nel 2025 (su 24.152). L’Italia è di gran lunga il Paese che ha ricevuto più domande, ma – alla luce di un decreto adottato nel dicembre del 2022 – ha deciso unilateralmente di non darvi seguito. Ben due sentenze della Corte di Giustizia europea (nel 2024 e nel 2026) hanno decretato che un Paese di primo ingresso non può rifiutare di riprendersi i migranti entrati nell’Ue attraverso il proprio territorio. Ma ora l’Italia sostiene che, con l’entrata in vigore del nuovo Patto migrazione e asilo, le richieste pregresse siano da considerare decadute. Politicamente potrebbe essere così, ma da un punto di vista prettamente giuridico la questione è più complessa”.

E proseguono: ”Cosa sia successo ai migranti che hanno varcato la frontiera italiana non è chiaro. «Con tutta probabilità, nella maggior parte dei casi, dopo lo stop alle riammissioni da parte del governo Meloni, le domande dei casi Dublino sono state assunte dai Paesi dove i migranti si sono trasferiti» spiega Gianfranco Schiavone, dell’Asgi. Una quota di queste domande possono, invece, essere ancora oggetto di contenzioso sulla competenza. Sulla questione pesano anche i termini giuridici: lo Stato di primo approdo resta competente per 12 mesi mentre quello che chiede la riammissione deve operare il trasferimento entro sei mesi dalla conferma. Regole in parte modificate dal nuovo Patto con il regolamento Ammr, che di fatto lascia invariato il criterio del primo Paese, ma estende a 20 mesi il periodo di competenza. E rende i trasferimenti più rapidi: basta una comunicazione”.

Per concludere: ”Nel nuovo Patto il bastone della responsabilità per i Paesi di primo ingresso è stato accompagnato dalla carota della “solidarietà obbligatoria”. Tutti gli Stati sono tenuti ad aiutare i più esposti ai flussi migratori, anche se possono scegliere le modalità. Ogni anno, la Commissione stabilisce una quota di migranti che devono essere ripartiti: in alternativa ai ricollocamenti, i governi possono versare contributi finanziari (20 mila euro a migrante), fornire sostegno tecnico-logistico o compensare i cosiddetti dublinanti. I numeri dicono che il rapporto costi-benefici potrebbe non essere affatto vantaggioso per l’Italia. Per il 2026, la Commissione ha indicato Italia, Spagna, Grecia e Cipro come i beneficiari del nuovo meccanismo e ha stabilito una “riserva di solidarietà” pari a 21 mila migranti da ripartire, di cui il 42% (8.820) da Italia e Spagna. Questo vuol dire che, con le nuove regole, l’Italia potrebbe vantare un “credito” di circa 4.000 migranti o un contributo di 80 milioni di euro. Ma i richiedenti asilo non verranno mai effettivamente redistribuiti né i contributi verranno versati perché l’intera quota andrà a compensare i mancati trasferimenti dei migranti, che in realtà sono molti di più. Alla fine dei conti, quindi, l’Italia sarà ancora in debito”.

  • Il problema dei trasferimenti. Tra il 2023 e il 2025 gli altri Stati Ue hanno chiesto all’Italia di riprendere 109.427 migranti, ma Roma ne ha accettati appena 205. La decisione di sospendere le riammissioni, presa nel 2022, è stata giudicata incompatibile con il diritto europeo da due sentenze della Corte di Giustizia. Il governo sostiene ora che le vecchie richieste siano decadute con l’entrata in vigore del nuovo Patto, ma sul piano giuridico la questione rimane controversa.
  • La nuova solidarietà europea. Il Patto introduce un sistema nel quale i Paesi più esposti ai flussi, come l’Italia, ricevono aiuto dagli altri Stati. La solidarietà può concretizzarsi in ricollocamenti, sostegno tecnico oppure 20 mila euro per ogni migrante compensato finanziariamente. Tuttavia, proprio i mancati trasferimenti effettuati dall’Italia rischiano di trasformare questo meccanismo in un conto da pagare: la quota di solidarietà prevista per il 2026 potrebbe infatti essere assorbita dalla compensazione dei “dublinanti” non ripresi.
  • Le nuove procedure di frontiera. L’Italia dovrà gestire 16.032 domande nel primo anno attraverso procedure accelerate alla frontiera per persone provenienti da Paesi considerati sicuri o con bassi tassi di riconoscimento dell’asilo. Il governo conta di compensare questo maggiore carico con rimpatri più rapidi, anche verso Paesi terzi sicuri. Ma diversi tribunali italiani stanno contestando sia l’applicazione automatica della procedura sia l’idea che un Paese possa essere considerato “sicuro” indistintamente per tutti.
  • Il modello Albania. L’Italia ha ottenuto che il nuovo quadro europeo consenta una maggiore esternalizzazione delle procedure di rimpatrio verso Paesi terzi sicuri, una linea vicina al modello sperimentato dal governo con l’Albania. Roma propone inoltre la creazione di hub per i rimpatri in Africa finanziati dall’Ue, ma Francia e Spagna sono contrarie. E, soprattutto, i centri italiani in Albania, nonostante l’entrata in vigore del Patto, continuano a non funzionare pienamente.

In sostanza: secondo Bresolin e Camilli, il nuovo Patto europeo offre all’Italia strumenti che il governo considera favorevoli — più solidarietà, procedure di frontiera accelerate e possibilità di rimpatri verso Paesi terzi — ma presenta anche un conto legato alla precedente politica di mancata riammissione dei dublinanti. La promessa di una maggiore condivisione europea dei flussi rischia quindi di essere molto meno vantaggiosa di quanto Palazzo Chigi rivendichi.

22 agosto 2026