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Economia

La fabbrica cinese e le cinque Europe

Marcello Minenna ha pubblicato un editoriale su Il Sole 24 Ore nel quale sostiene che Unione Europea e Gran Bretagna contribuiscono pro-quota nel 2025 al nuovo record di deficit commerciale con la Cina superando quota 400 miliardi di euro. Sul fronte industriale, l’Unione Europea registra un calo dell’occupazione di circa 150.000 lavoratori ed una crescita reale dell’1,4%, a ben vedere guidata da Irlanda e paesi dell’Est. Complicato quindi collegare meccanicamente l’evoluzione dell’industria made in UE/UK al deficit commerciale con il dragone.

Scrive Minenna: ”L’industria tedesca con un calo nel 2025 dell’1% e la perdita di oltre 140 mila occupati descrive il rovesciamento del rapporto con Pechino: da mercato di sbocco a concorrente nei settori che hanno costruito il suo surplus. Il deficit incontra la più grande base industriale europea e minaccia auto, macchinari, chimica, componentistica e tecnologie elettriche”.

E prosegue: ”Parigi soffre meno perché la sua struttura produttiva nei settori strategici (aerospazio, difesa, farmaceutica, lusso industriale, energia) è più protetta da uno Stato che agisce da stabilizzatore. A un calo degli occupati di poco sopra le 15.000 unità si accompagna una crescita marginale della produzione”.

Aggiungendo che: ”La Spagna è il controesempio: il deficit con la Cina pesa, ma non si traduce in perdita industriale. Domanda interna, investimenti, energia più favorevole, fondi europei e settori ad alto valore aggiunto hanno fatto da cuscinetto; e la minore sovrapposizione tra import cinese e cuore occupazionale dell’industria nazionale ha fatto il resto, portando a oltre 110.000 occupati in più e a una crescita di oltre l’1%”.

Quadro Generale

Nel 2025, il deficit commerciale dell’UE e del Regno Unito (EU+) nei confronti della Cina ha superato il record di 400 miliardi di euro. Nonostante un calo di circa 150.000 occupati nell’industria dell’EU+, la produzione industriale cresce dell’1,4% reale (spinta da Irlanda ed Est Europa), rendendo il legame tra l’andamento industriale europeo e il deficit commerciale con Pechino non del tutto meccanico.

Mappatura delle 5 maggiori economie (Le “Cinque Europe”)

  1. Germania (concorrenza diretta al vertice): subisce il calo della produzione (-1%) e perde oltre 140.000 occupati. La Cina si è trasformata da mercato di sbocco a diretta concorrente nei settori chiave dell’industria tedesca (auto, macchinari, chimica, tecnologie elettriche).
  2. Italia (rischio per la profondità delle filiere): mostra una stabilità di produzione e occupazione, ma appare vulnerabile nella manifattura diffusa (distretti, componentistica, metalli e beni intermedi). Il rischio principale è il ridimensionamento dei passaggi intermedi della filiera produttiva.
  3. Regno Unito (stesso shock, oltre Brexit): subisce la perdita di 40.000 occupati. Sebbene la maggiore produttività consenta una lieve ripresa della produzione e i servizi siano in surplus, la fuoriuscita dall’UE non ne ha aumentato la capacità produttiva né la protegge dallo shock cinese.
  4. Francia (protezione dello Stato): risulta più protetta grazie alla presenza dello Stato nei settori strategici (aerospazio, difesa, farmaceutica, lusso industriale, energia). La produzione cresce marginalmente a fronte di una perdita contenuta di occupati (circa 15.000).
  5. Spagna (inversione di tendenza): è l’eccezione positiva: il deficit con la Cina non ha intaccato l’industria grazie al traino di domanda interna, fondi europei, energia favorevole e settori ad alto valore aggiunto, registrando una crescita dello 1% e +110.000 occupati.

Conclusioni e Prospettive

Oltre i dazi: La semplice difesa commerciale non crea capacità produttiva. Occorre distinguere dove la Cina sia un fornitore complementare, un concorrente o un’infrastruttura produttiva indispensabile.

Il bivio per l’Europa: Il Regno Unito, pur all’esterno dell’UE, condivide lo stesso destino economico del continente. Per l’Europa la scelta è tra ritrovare una strategia industriale unitaria (supportata da debito comune) oppure ridursi a un mero mercato di consumo per prodotti esteri.

4 agosto 2026