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Il Mondiale alla Spagna. L’addio di Messi

Aldo Cazzullo ha pubblicato un editoriale sul Corriere della Sera nel quale scrive, ironicamente, del ”politichese” della squadra Maga battuta da quella di sinistra è che sarebbe fuorviante: con uno show surreale di bombardieri pronti a decollare per difendere il presidente degli Stati Uniti.

Sostiene Cazzullo: ”La finale è la più malinconica delle partite; e non è mai una partita normale. Se fosse stata una normale partita di calcio, la Spagna non avrebbe avuto problemi. Sono i campioni d’Europa, hanno eliminato la favoritissima Francia, il loro centrocampo è il più forte al mondo e potrebbero schierarne un altro di valore quasi pari. Ma di fronte la Spagna non aveva un’altra squadra. Aveva una «banda di indios», come l’ha definita il ct Lionel Scaloni, riferendosi non tanto agli indigeni quanto ai ragazzacci di strada. Così ne è uscita una partita nervosa, non bella, di netto predominio per la Spagna e di pura sofferenza per l’Argentina. Messi, esausto al termine di un Mondiale infinito, non si è acceso quasi mai; eppure la Roja è dovuta arrivare al secondo tempo supplementare per averne ragione”.

E aggiunge: ”L’albiceleste entra in modalità rigori. El Dibu scatenato para tutto. Grida contro Infantino quando l’arbitro ferma il gioco prima che Nico Williams la metta dentro. Poi il gol di Torres fa impazzire gli spagnoli. E Messi spreme tutto se stesso, invano. Alla fine un accenno di rissa e lui va a calmare i compagni. «Argentina se callò», l’Argentina si è zittita, infierisce la curva. Re Felipe si compiace dalla Coppa e dalla presenza di tanti giocatori della sua squadra, l’atletico Madrid. Trump sbriga la pratica della consegna della Coppa alla nemica Spagna e torna alla Torre che porta il suo nome. Hanno vinto i più forti: a volte anche il calcio conosce la giustizia, ma manca di poesia.

La finale del Mondiale viene raccontata da Cazzullo come una partita dal forte valore simbolico e malinconico, segnata soprattutto dall’ultimo grande palcoscenico di Lionel Messi. La Spagna si conferma la squadra migliore del torneo e conquista il titolo con pieno merito, ma soltanto dopo una lunga battaglia contro un’Argentina capace di resistere fino ai tempi supplementari.

L’autore respinge la lettura politica che contrapponeva un’Argentina “trumpiana” e una Spagna “di sinistra”. A suo giudizio è una semplificazione fuorviante: la nazionale argentina non rappresenta Javier Milei, bensì Messi, un campione rimasto sempre estraneo alla politica e concentrato esclusivamente sul calcio e sulla famiglia.

Cazzullo descrive una finale poco spettacolare, caratterizzata dal predominio tecnico della Spagna e dalla resistenza difensiva dell’Argentina. Messi, stremato dopo un lungo Mondiale, incide poco sul piano del gioco ma mantiene fino all’ultimo il ruolo di guida morale della squadra, cercando anche di placare gli animi nei momenti di tensione.

Ampio spazio è dedicato anche al contorno dell’evento, giudicato spesso eccessivo e surreale: la cerimonia d’apertura, gli spettacoli musicali, la presenza di Donald Trump e le imponenti misure di sicurezza vengono raccontati con ironia, quasi come elementi che distolgono l’attenzione dal calcio.

Nel finale la Spagna trova il gol decisivo con Torres e conquista il Mondiale. Trump consegna la Coppa con evidente freddezza alla nazionale del governo spagnolo, politicamente a lui ostile. Per Cazzullo il risultato premia la squadra più forte: il calcio rende giustizia al valore espresso in campo. Tuttavia, la vittoria spagnola lascia anche un senso di nostalgia, perché coincide con il probabile addio mondiale di Messi, chiudendo una delle epoche più straordinarie della storia del calcio.

20 luglio 2026