Goffredo Buccini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale ricorda che nel 1965 il partito comunista italiano voleva liberarsi buttando «a mare le basi americane», come cantava Rudi Assuntino, ma nel 1969 restò indifferente (con l’eccezione della destra missina e di qualche spirito coraggioso poi confluito nel Manifesto) al sacrificio di Jan Palach per la libertà della sua Praga. Che, otto anni dopo, si «distrasse» quando i sovietici installarono ai confini con la Nato gli SS-20 in grado di colpire qualsiasi capitale dell’ovest europeo; ma poi si infuriò contro i Cruise che gli americani schierarono in risposta a Comiso.
Dice Buccini: ”Tralasciando gli allarmi reiterati dei servizi segreti di mezza Europa per il prossimo futuro, riassumiamo qui la semplice realtà dei fatti. Ai confini orientali dell’unione divampa da quattro anni e mezzo una guerra d’invasione agita da un dittatore revanscista, Vladimir Putin, che ha già dichiarato più volte la sua volontà di porre riparo a ciò che gli appare la più grave sciagura del secolo scorso, «il crollo dell’Unione Sovietica». Come? Ricostruendo, a partire dall’ucraina, l’impero e la sua influenza nel nome del Russkij Mir, il mondo russo. Da anni il dittatore in questione sottopone l’Europa a lui più prossima per storia o geografia a scaramucce ibride, per testare, dividere, provocare. Lo sconfinamento di droni è un classico del repertorio: decine gli episodi, con un picco di quasi venti incidenti tra settembre e ottobre 2025 in Danimarca, Svezia, Norvegia, Germania, Polonia, Romania ed Estonia, e la chiusura contemporanea degli aeroporti di Copenaghen, Oslo, Monaco e Aalborg; per soppesare la consistenza del pericolo, valga l’abbattimento di droni russi messo a segno dalla difesa aerea polacca il 10 settembre 2025. Gli attacchi informatici sono un’ulteriore aggressione strutturale alla sicurezza del continente, denuncia la Ue. Nel mirino del 16mo Centro dell’Fsb, erede del famigerato Kgb, sono finiti negli ultimi anni Francia, Germania, Polonia, Cipro, Paesi Bassi, Austria, Slovacchia, Romania e Finlandia. Bruxelles accusa il servizio segreto russo di dirigere una rete di gruppi, tra cui Turla, considerato tra i più sofisticati hacker al servizio del Cremlino. Per i ciecopacifisti più ostinati, ci sarebbero poi le minacce dichiarate e dirette. Quelle proferite da Dmitrij Peskov, portavoce di Putin, contro la Polonia, «colpevole» di troppa vicinanza a Kiev: «Rifletta sulla propria sicurezza…». O contro l’italia, nella versione sguaiata di qualche propagandista tv o, addirittura, in quella più formale dell’ineffabile Marija Zacharova, portavoce del ministro Lavrov, persino contro Mattarella”.
E aggiunge: ”Il nostro Paese è percepito, proprio come nel secondo dopoguerra, quale possibile punto di rottura, et pour cause. Dunque su di esso Mosca concentra pressioni e campagne di influenza. Il risultato, unico in Europa, è che a Roma si levino le voci dei suoi difensori tanto dal governo quanto dall’opposizione”.
E ancora: ”Roberto Vannacci (che da addetto militare a Mosca, alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina, rassicurò il nostro ambasciatore Starace sull’improbabilità di «un conflitto di vaste proporzioni») e da sinistra di una nebulosa russofila guidata da Alessandro Di Battista”
L’articolo analizza la strategia di Vladimir Putin nei confronti dell’Europa, evidenziando come la Russia utilizzi provocazioni e scaramucce ibride (come lo sconfinamento di droni negli spazi aerei europei e massicci attacchi informatici orchestrati dai servizi segreti come l’FSB) per testare la tenuta e le reazioni dell’Occidente. L’obiettivo dichiarato del dittatore russo è ricostruire l’influenza dell’ex impero sovietico nel nome del Russkij Mir (il mondo russo).
In questo scenario, l’Italia viene individuata da Mosca come il principale “ventre molle” dell’atlantismo, una percezione che affonda le radici nella storia del secondo dopoguerra, caratterizzata da forti correnti antioccidentali e da forme di “cieco-pacifismo” (secondo la definizione di Giovanni Sartori) che tendono a rifiutare la realtà di una minaccia geopolitica concreta.
La peculiarità italiana – unica in Europa – risiede nel fatto che le spinte filorusse o giustificazioniste sono trasversali e trovano sponda sia al governo sia all’opposizione. Buccini cita esplicitamente:
- Matteo Salvini, che ha minimizzato il pericolo russo e non ha mai formalmente rescisso il patto tra la Lega e il partito di Putin, Russia Unita.
- Giuseppe Conte, che descrive la minaccia russa come un pretesto per la corsa agli armamenti e che, all’epoca del suo governo, autorizzò la controversa missione russa legata al Covid.
- Figure come Roberto Vannacci a destra e Alessandro Di Battista a sinistra, che alimentano ulteriormente questa nebulosa filorussa.
Queste posizioni ideologiche, radicate in una parte dell’elettorato e proficue dal punto di vista del consenso, minano l’equilibrio dei due principali fronti politici in vista delle prossime scadenze elettorali (come le elezioni del 2027), costringendo le coalizioni ad aggregare anime tra loro incompatibili (criptoputiniani e liberaldemocratici).
L’autore conclude affermando che per uscire da questa condizione di fragilità e svegliare un elettorato stordito da decenni di narrazioni irrealistiche, servirebbero una profonda “operazione-verità” e un coraggio politico di cui, al momento, non vi è traccia.
18 luglio 2026





