Aldo Cazzullo ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo nel quale scrive che quandogli spagnoli sbarcarono in America, gli indios pensarono che quegli uomini grandi, invulnerabili dentro le armature di ferro contro cui le loro frecce si spuntavano, invincibili grazie a quei tubi che sparavano fuoco e ai quadrupedi enormi con cui raggiungevano il più veloce dei fuggiaschi, fossero dei.
Dice Cazzullo: ”Indios contro conquistadores è ovviamente una metafora, lontana da quello che accadrà davvero dopodomani al Metlife Stadium, sull’altra riva dell’Hudson rispetto a Manhattan, insomma la sponda povera (o meno ricca) di New York. I giocatori si conoscono bene, parlano la stessa lingua anche calcistica, molti argentini si sono formati nella Liga. Vedremo se gli «indios», come li chiama Scaloni, avranno la stessa «garra», la stessa grinta feroce e disperata con cui hanno affrontato gli inglesi, per poi portare alla fine in campo lo striscione «las Malvinas son argentinas» (altro che partita come tutte le altre)”.
E prosegue: ”Scaloni vive in Spagna, a Maiorca, «ma in campo non farò sconti» ha detto tra gli applausi delle suddette giornaliste. E ha ricordato che il ct spagnolo Luis De La Fuente è stato il suo insegnante al corso per allenatori: «Ho imparato molte cose da lui». La cosa più importante è quella che De La Fuente ha spiegato dopo aver battuto la Francia: «Si sono incontrate una delle selezioni più forti del mondo e la squadra più forte del mondo». Come a dire che la Francia era una somma di grandi talenti; la Spagna è «un equipo», una squadra”.
La metafora degli “indios” di Scaloni: il commissario tecnico dell’Argentina, Lionel Scaloni, definisce la propria nazionale una “squadra di indios” per sottolinearne lo spirito di fratellanza, l’assenza di paura e la disponibilità dei giocatori a sacrificarsi e a “dare il sangue” l’uno per l’altro. Lo stesso Scaloni evidenzia le sue forti origini italiane, ricordando che sei dei suoi otto bisnonni provengono dalle Marche (da paesi come Montegiorgio, Tolentino e Montegranaro) e richiamando con affetto i suoi trascorsi calcistici nella Lazio e nell’Atalanta.
Il confronto generazionale e collettivo: la finale al Metlife Stadium vedrà il suggestivo scontro generazionale tra il diciannovenne spagnolo Lamine Yamal e il trentanovenne fuoriclasse argentino Lionel Messi. Dall’altro lato, la Spagna di Luis De La Fuente (che è stato insegnante di Scaloni al corso allenatori) si presenta come un vero e proprio collettivo (“un equipo”), solido e privo di ingombranti superstar mediatiche.
Le radici storiche comuni: Spagna-Argentina non è una partita qualunque, poiché l’Argentina ha fatto parte per secoli dell’impero spagnolo. L’articolo ripercorre i difficili e spesso violenti rapporti iniziali tra i colonizzatori e i nativi (dall’uccisione di Juan Díaz de Solís alla distruzione delle prime fortezze e insediamenti di Sebastiano Caboto e Pedro de Mendoza), fino alla proclamazione dell’indipendenza argentina nel 1816 guidata dai generali Manuel Belgrano e José de San Martín.
L’Argentina come crogiolo di popoli: nel tempo, le diverse etnie si sono mescolate. L’identità argentina unisce popolazioni native (come i Guarany e i Tehuelche) a immigrati europei di varie nazionalità (italiani, galiziani, polacchi, tedeschi, scozzesi). Questo melting pot si ritrova sia nei grandi campioni dello sport (da Maradona a Dybala, Kempes e Mac Allister) sia nei leader politici del Paese, come Juan Domingo Perón (figlio di una donna tehuelche), sua moglie Evita, e i membri delle passate giunte militari (come il creolo Videla o i generali di origine italiana Galtieri e Viola).
Il significato della finale: la partita sarà un grande evento sportivo non solo per la qualità dei campioni in campo, ma anche per la profonda e complessa storia comune che spagnoli e argentini condividono.
17 luglio 2026





