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Editoriali

Tecnologia, demografia, moneta e risorse naturali. I punti di forza degli Usa

Federico Rampini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale sottolinea che, a 250 anni dalla nascita degli Stati Uniti, le ricorrenti profezie sul declino americano siano premature. Per valutarne la forza reale, afferma, bisogna osservare i fattori strutturali della potenza, non le crisi politiche contingenti o la figura di un singolo presidente.

Scrive Rampini: ”Il modo migliore per capire lo stato dell’America non è ascoltare i suoi commentatori, spesso apocalittici. È osservare i suoi rivali. Quando Trump arrivò a Pechino per l’ultimo vertice con Xi Jinping, la scena più istruttiva non era quella dei due presidenti. Era la delegazione che accompagnava l’air Force One: i vertici di Apple, Nvidia, Meta, Boeing, Goldman Sachs, Blackrock, Qualcomm, Spacex-tesla, General Electric e di altri colossi. Una concentrazione di potenza economica e tecnologica che nessun altro paese, Cina inclusa, è in grado di schierare. Xi può pensare tutto il male possibile di Trump, può perfino disprezzarlo. Ma quando misura i rapporti di forze guarda ai fattori fondamentali. I «fondamentali» continuano a fare degli Stati Uniti il numero uno. Il «sorpasso cinese», che appariva certo vent’anni fa, oggi è dubbio se non improbabile”.

E prosegue: ”Dopo decenni in cui Washington si è assunta il costo dell’ordine internazionale, una parte crescente dell’opinione pubblica si chiede se quel ruolo sia ancora sostenibile. Trump dà una risposta drastica: meno responsabilità globali, più attenzione agli interessi nazionali. Ma il pendolo americano oscilla sempre fra apertura e ripiegamento. Trump è un coacervo di contraddizioni: vuole ridurre l’impegno Usa nella Nato, nel frattempo ha aumentato quello in Medio Oriente con l’intervento militare in Iran, dagli esiti finora deludenti. Sul fronte economico il suo protezionismo non è nuovo. L’America disegnò le regole dell’economia globale fin dal 1944 ma poi ebbe periodiche crisi di rigetto contro le aperture dei mercati: sotto le presidenze Nixon, Reagan, Clinton e Obama, le proteste operaie o ambientaliste, di sinistra o di destra, segnalarono che «gli sconfitti della globalizzazione» volevano politiche diverse. Un maestro della geopolitica del Novecento, Henry Kissinger, invitò a studiare Trump come uno di quei personaggi che appaiono nel corso della storia a segnalare un passaggio d’epoca, la chiusura di un capitolo”.

L’autore individua quattro pilastri che continuano a garantire la leadership degli Stati Uniti:

  • il primato finanziario, fondato sul ruolo globale del dollaro;
  • la superiorità tecnologica e militare;
  • il controllo di risorse strategiche;
  • una demografia più dinamica rispetto a quella delle altre grandi potenze.

Secondo Rampini, nessun concorrente riesce oggi a combinare questi quattro elementi: la Cina ha compiuto enormi progressi ma non possiede la stessa capacità di attrarre capitali e talenti; l’Europa soffre di debolezza militare e minore capacità innovativa; la Russia è frenata dalla fragilità economica e dal declino demografico.

Un altro elemento distintivo della potenza americana è quello che lo storico Geir Lundestad definì un “impero su invito”: molti Paesi hanno cercato spontaneamente la protezione e l’alleanza con Washington, dalla ricostruzione del secondo dopoguerra fino all’allargamento della NATO dopo la Guerra fredda. Ciò dimostra che l’influenza americana non si basa soltanto sulla forza, ma anche sul consenso degli alleati.

Rampini riconosce tuttavia il rischio dell’“imperial overstretch”, descritto dallo storico Paul Kennedy: un eccessivo impegno militare potrebbe logorare la potenza americana, come accadde ad altri imperi del passato. Le guerre in Afghanistan e Iraq hanno alimentato questa preoccupazione, favorendo il ritorno di una tradizione isolazionista che oggi trova espressione nella politica di Donald Trump.

Secondo l’autore, però, Trump non rappresenta una rottura assoluta, bensì una delle periodiche oscillazioni della storia americana tra apertura internazionale e ripiegamento sugli interessi nazionali. Le sue contraddizioni, dalla riduzione dell’impegno nella NATO al contemporaneo interventismo in Medio Oriente, riflettono questo dibattito storico. Anche il protezionismo non è una novità, ma una ricorrente reazione alle tensioni generate dalla globalizzazione.

In conclusione, Rampini invita a non identificare l’America con il presidente di turno. Ciò che conta sono i fattori permanenti: la capacità di innovare, attrarre cervelli e capitali, trasformare la ricerca in sviluppo industriale e rigenerarsi dopo ogni crisi. Per questo, nonostante le profonde divisioni politiche interne, gli Stati Uniti restano la principale potenza mondiale e il luogo da cui, ancora una volta, prende avvio la rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

Tesi centrale: il declino americano viene annunciato ciclicamente da decenni, ma la combinazione di superiorità tecnologica, forza finanziaria, dinamismo demografico e capacità di attrazione continua a fare degli Stati Uniti la nazione meglio attrezzata per mantenere la leadership globale, pur tra contraddizioni e nuove sfide.

8 agosto 2026