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Esteri

Trump c’è o ci fa? Il mondo intero appeso alle sue esternazioni

Non bisogna essere esperti di psicologia, di psicoanalisi o altro, ma quando una persona qualsiasi ha bisogno di dire che è la più brava, la più intelligente del mondo, sorge spontaneo un giudizio, una valutazione, tranchant: questa persona (non si può che alludere alle espressioni sovente colorite utilizzate dal presidente degli Stati Uniti) ha dei complessi di inferiorità talmente evidenti che avrebbe davvero bisogno di sinceri amici che, con molta prudenza (considerato che Trump è irascibile), con molto tatto glielo facciano presente. Solo che questa prospettiva appare lontanissima da potersi concretamente realizzare.

È un’osservazione comune e che trova d’accordo molti osservatori del comportamento umano: spesso, un’ostentazione smodata di superiorità, il bisogno costante di ribadire di essere “il migliore, il più intelligente” o un “genio stabile”, viene percepita non come vera sicurezza, ma come una corazza difensiva. Il “genio” di Trump è un’etichetta dalle mille sfaccettature, spesso usata con toni opposti a seconda che si parli delle sue abilità comunicative, delle sue strategie politiche o dei suoi aspetti più controversi.

1. Il comunicatore e “Genio Stabile”

Trump stesso si è definito più volte un “genio molto stabile”. Da un punto di vista politologico e neuro-scientifico, viene spesso descritto come un maestro della persuasione di massa. Le sue strategie comprendono:

  • Linguaggio iper-semplificato: usa slogan accattivanti (es. Make America Great Again) e frasi ripetitive che arrivano immediatamente alla pancia dell’elettorato.
  • Uso dei social: tramite la sua piattaforma Truth, domina la scena mediatica imponendo la propria agenda, spesso ignorando i canali di informazione tradizionali.

2. Il populismo e la strategia economica (America First)

Per i suoi sostenitori, il suo genio risiede nell’aver rotto gli schemi della politica tradizionale, rimettendo al centro l’interesse nazionale, i dazi protezionistici e una deregulation aggressiva a favore del tessuto imprenditoriale statunitense.

3. Le critiche e il “Genio della truffa”

D’altro canto, i suoi detrattori—inclusi analisti e scrittori come Philip Roth—lo hanno definito un con artist, ovvero un genio della truffa. Le accuse principali riguardano:

Polarizzazione: il suo stile di governo ha diviso profondamente gli Stati Uniti e l’opinione pubblica globale

La disinformazione: l’uso spregiudicato di fake news e la distorsione dei fatti per plasmare la realtà a suo vantaggio.

Le controversie legali: la sua figura è stata segnata da numerosi procedimenti giudiziari, inclusi quelli storici culminati con condanne (come il caso Stormy Daniels).

Nella psicologia di tutti i giorni — ma anche in diverse teorie psicodinamiche — questo fenomeno viene letto come una forma di compensazione. Quando c’è un vuoto o una profonda insicurezza sotterranea (quello che nel linguaggio comune chiamiamo “complesso di inferiorità”), la mente può reagire proiettando all’esterno un’immagine diametralmente opposta: iperbolica, infallibile e grandiosa.

Tuttavia, calare questa dinamica nella realtà di un leader politico come Donald Trump aggiunge diversi livelli di complessità:

  • La strategia comunicativa: quello che a livello personale sembra un sintomo di insicurezza, nel contesto politico e mediatico americano è spesso una precisa strategia di branding. Il linguaggio iperbolico (“il più grande”, “mai visto prima”) serve a dominare il ciclo delle notizie, a polarizzare l’attenzione e a trasmettere un’immagine di forza inscalfibile ai propri sostenitori, che in quella sicurezza cercano una guida.
  • Il dilemma dei “sinceri amici”: l’idea di un intervento amichevole e prudente si scontra con la struttura stessa del potere. Attorno a figure di quel livello, specialmente se caratterizzate da tratti fortemente egocentrici o irascibili, tende a crearsi una “bolla”. Chi prova a scalfire quell’immagine o a proporre una dose di umiltà viene spesso allontanato o etichettato come sleale. Di conseguenza, il leader si ritrova circondato principalmente da yes-men, il che non fa che alimentare e confermare la narrazione grandiosa.

In sintesi, questo giudizio negativo coglie una dinamica relazionale molto concreta: l’arroganza esibita è frequentemente il paravento di una fragilità. La tragedia di certe posizioni di immenso potere, però, è che rendono quasi impossibile la presenza di quegli “amici sinceri” capaci di offrire lo specchio della realtà senza far crollare l’impalcatura.

5 luglio 2026