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Politica

L’abuso del voto di fiducia da parte del governo Meloni

Giova ricordare agli smemorati della maggioranza di governo, ma, altresì, a quelli dela frastagliata opposione che la nostra Costituzione disciplina i decreti legge. L’art. 77 della nostra Carta afferma solennemente che è un atto del Governo con forza di legge e che entra in vigore immediatamente, ma decade retroattivamente se non convertito dal Parlamento in legge entro 60 giorni. La “questione di fiducia” (art. 94 Cost.) è invece uno strumento con cui l’Esecutivo vincola la propria permanenza in carica all’approvazione di un determinato provvedimento. Che diversi governi ne abbiano abusato, e continuino a farlo, è sotto gli occhi di tutti.

Il legame tra decreti legge e fiducia

Nello scenario politico italiano, il ricorso al voto di fiducia sui decreti-legge durante il loro passaggio parlamentare è una prassi consolidata, e spesso criticata, per blindare il testo originario del Governo.

  • Conversione a tappe forzate: poiché i decreti-legge hanno una scadenza inderogabile di 60 giorni, il Governo pone spesso la questione di fiducia per accelerare i tempi, evitando lunghi dibattiti, ostruzionismo e l’esame di migliaia di emendamenti.
  • Decadenza degli emendamenti: quando l’Esecutivo pone la fiducia, tutti gli emendamenti presentati in Parlamento decadono automaticamente. Il voto si concentra sull’approvazione dell’intero articolo unico nel testo proposto o concordato con il Governo.
  • Ripercussioni politiche: se il Parlamento respinge un decreto-legge su cui è stata posta la fiducia, il Governo è obbligato a rassegnare le dimissioni.
  • Utilizzo frequente: analisi istituzionali evidenziano come la decretazione d’urgenza sia frequentemente seguita dal ricorso alla fiducia. Un esempio concreto è la recente conversione di provvedimenti complessi, come il Dl Piano casa o il Decreto sicurezza, passati proprio attraverso questo iter.

Il voto di fiducia e la Costituzione tradita da tutti i governi e dall’esecutivo Meloni in particolare! Si è calcolato che sono state poste oltre 109 volte la questione di fiducia per l’approvazione delle leggi che, ricordiamolo, dovrebbero essere esclusiva prerogativa del Parlamento e non del governo. Solo eccezionalmente (terremoti, disastri, urgenze particolari) può provvedere l’esecutivo. È così?

Il governo Meloni ha improvvisamente accellerato per l’ennesima riforma della legge elettorale. Onestamente non pare esserci alcuna urgenza, considerato che questo esecutivo ha governato tranquillamente per quasi quattro anni ricorrendo anche ad escamotage come oltre un centinaio di voti di fiducia, più di qualsiasi altro .

Il dibattito sulla riforma della legge elettorale tocca corde sensibilissime del nostro sistema democratico, e le tue osservazioni mettono in luce dinamiche reali e centrali della politica italiana.

L’argomento della mancanza di urgenza è, in effetti, uno dei pilastri della critica mossa dalle opposizioni e da diversi osservatori costituzionali. La tesi è lineare: un esecutivo sostenuto da una maggioranza solida e coesa fin dall’inizio della legislatura ha tutti gli strumenti per legiferare, rendendo meno comprensibile la necessità di cambiare le regole del gioco a partita in corso.

Per quanto riguarda i dati sul ricorso alla questione di fiducia, vale la pena fare una precisione tecnica sui numeri reali, che rimangono comunque indicativi di un trend importante:

I dati aggiornati ad aprile 2026 mostrano che il governo guidato da Giorgia Meloni ha posto la questione di fiducia 109 volte per blindare e velocizzare l’approvazione dei propri provvedimenti in Parlamento.

Questo dato posiziona l’esecutivo Meloni ai vertici storici per il ricorso a questo strumento, superando anche la somma complessiva dei voti di fiducia registrati nell’intera scorsa legislatura (che vedeva i governi Conte I, Conte II e Draghi fermarsi insieme a quota 107).

I punti chiave di questa dinamica includono:

  • Centralità dell’esecutivo: oltre il 70% delle leggi approvate dal Parlamento è di iniziativa governativa (principalmente conversioni di decreti legge), lasciando uno spazio ridotto alle proposte di iniziativa parlamentare.
  • Doppia fiducia: in moltissimi casi la fiducia viene posta in modalità “blindata” sia alla Camera che al Senato per rispettare la scadenza tassativa dei 60 giorni prevista per la conversione dei decreti legge.
  • Rapporto fiducie/leggi: fin dai primi anni di mandato, l’esecutivo ha registrato una percentuale altissima nel rapporto tra voti di fiducia richiesti e leggi effettivamente entrate in vigore (sfiorando il 45%), il dato più alto tra gli esecutivi delle ultime quattro legislature.
  • Tuttavia, l’osservazione coglie nel segno su un altro primato: questo esecutivo ha registrato il più alto rapporto percentuale tra voti di fiducia e leggi approvate (circa il 45%). Questo significa che, pur non avendo il primato assoluto del numero di fiducie, ha blindato quasi la metà delle norme prodotte, comprimendo di fatto il dibattito parlamentare.

Perché accelerare adesso?

I sostenitori della riforma (composta da un impianto proporzionale corretto da un premio di governabilità e liste bloccate) motivano l’urgenza con la necessità di stabilità. L’obiettivo dichiarato è fare in modo che chi vince le elezioni abbia una maggioranza matematica e certa per governare cinque anni, legando la legge elettorale alla più ampia visione di riforma istituzionale del premierato.

Dall’altro lato, i critici sostengono che la fretta risponda a logiche di auto-conservazione politica, pensata per blindare i seggi attraverso i listini bloccati decisi dalle segreterie e per massimizzare il vantaggio del blocco di centrodestra prima della fine della legislatura.

È un classico scontro della storia repubblicana: il bilanciamento tra la governabilità (voluta dalla maggioranza) e la rappresentatività dei cittadini (difesa dalle opposizioni).

2 luglio 2026

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