Aldo Cazzullo ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo in cui scrive del desiderio espresso dal presidente degli Stati Uniti di voler essere lui a consegnare la Coppa del Mondo al vincitore, magari sperando in un successo americano (cosa assai dubbia).
Dice Cazzullo: ”Stavolta, scrivono i media americani riprendendo il britannico Talksport, Trump intende consegnare lui di persona la Coppa. A maggior ragione se a guardarlo dagli spalti ci saranno la presidenta messicana di sinistra Claudia Sheinbaum, cui farebbe fare volentieri la fine di Maduro, e il premier canadese liberale Mark Carney, che ha vinto le elezioni proprio in polemica con Trump che vagheggia di fare del Canada il cinquantunesimo Stato Usa. Già l’anno scorso Trump irruppe alla premiazione del Mondiale per club tra Psg e Chelsea, nello stesso Metlife Stadium dove il 19 luglio prossimo si giocherà la finale; e i giocatori del Chelsea lo guardavano imbarazzati, come a chiedersi: ma questo cosa vuole?.
E prosegue: ”Vuole quello che insegue da tutta la vita: l’attenzione, la platea, le telecamere, l’amore ma anche l’odio degli abitanti della Terra. Tutto il percorso di Trump ha avuto un unico obiettivo: la valorizzazione del brand, che poi coincide con il suo nome. I grattacieli Trump, il vino Trump, l’acqua Trump, il profumo Trump, le candele Trump, le carte collezionabili digitali Trump, a un certo punto pure le bistecche Trump, oggi purtroppo fuori commercio. Questi per coerenza dovrebbero essere i Mondiali Trump: il presidente ha rivendicato di averli ottenuti durante il primo mandato, insieme con l’olimpiade di Los Angeles 2028; il che oltretutto è vero”.
L’ossessione di Trump per il “brand” e la Coppa Donald Trump non si interessa di calcio, ma desidera ardentemente essere il primo a consegnare e ad alzare la Coppa del Mondo durante la finale del 19 luglio al Metlife Stadium (New Jersey). Questo desiderio rappresenta un’eccezione persino per i dittatori: l’unico precedente storico simile è quello del generale argentino Videla nel 1978, mentre leader come Putin e l’emiro del Qatar Al Thani hanno seguito le regole FIFA, lasciando che fosse il presidente Gianni Infantino a premiare i vincitori. Trump vede l’evento come l’ennesima opportunità per promuovere il proprio nome e brand, rivendicando il merito di aver ottenuto l’assegnazione dei Mondiali durante il suo primo mandato. La consegna del trofeo sarebbe per lui anche un modo per imporsi davanti a leader politici rivali presenti sugli spalti, come la presidente messicana Claudia Sheinbaum e il premier canadese Mark Carney.
La paura dei fischi e l’assenza dagli stadi. Nonostante voglia prendersi il palcoscenico, finora Trump non si è fatto vedere agli stadi, facendosi rappresentare dal segretario di Stato Marco Rubio. Il presidente teme di essere contestato e subire la stessa sorte di Dilma Rousseff nel 2014 in Brasile. Le tifoserie internazionali (come inglesi e australiani) stanno già intonando cori molto duri e irriverenti contro di lui, legati alle sue vicende giudiziarie e personali.
Il calcio negli Stati Uniti e lo scenario politico. Sebbene la nazionale statunitense stia facendo un buon Mondiale e l’interesse sia cresciuto rispetto al 1994, il calcio non è ancora lo sport nazionale. I dati d’ascolto (circa 14 milioni di spettatori) restano bassi per un Paese di 342 milioni di abitanti, più concentrato sulle celebrazioni del 250° anniversario degli Stati Uniti il prossimo 4 luglio. Nei grandi centri l’entusiasmo c’è, soprattutto tra la comunità latinos, molti dei quali però continuano a tifare per i paesi d’origine. Per la cultura sportiva americana dominante, il calcio viene ancora percepito come uno sport “per bambini e donne”, meno virile del football o del basket.
Nonostante le contraddizioni e i prezzi alti dei biglietti, il torneo si prospetta comunque un successo internazionale. Cazzullo conclude sottolineando che questi non saranno i “Mondiali di Trump”, bensì un momento di respiro per il pianeta; per giunta, ironia della sorte, la squadra che sta riscuotendo maggiori simpatie nel torneo è proprio l’Iran, paese con cui il presidente ha appena affrontato un conflitto e con cui sta gestendo una difficile pace.
26 giugno 2026





