Giuseppe Sarcina ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo in cui scrive delle reazioni del tutto inattese del presidente degli Stati Uniti sull’aumento dell’inflazione che, naturalmente, preoccupa, e di molto, anche il popolo Maga, il bacino elettorale del presidente.
Le parole di Sarcina: ”Nei mesi scorsi si era parlato di un possibile provvedimento del governo federale per calmierare i prezzi di benzina ed elettricità. Il modo più semplice sarebbe quello di limitare le esportazioni di petrolio e di gas liquido, come è accaduto fino al 2015. Ma ciò significherebbe ridurre i profitti dei petrolieri che nel 2024 hanno finanziato la campagna presidenziale di Trump con 75 milioni di dollari”.
E continua: ”Per il momento, il presidente — che ostentando serenità ha detto di «amare l’inflazione» cerca di placare l’opinione pubblica, annunciando ogni giorno che l’accordo con l’iran è imminente: presto riaprirà lo Stretto di Hormuz, da cui transita il 20% del greggio consumato nel mondo, e tutto tornerà alla normalità. Anzi Trump, pensando di enfatizzare un buon segnale, si è vantato sul suo social «Truth», perché il deficit della bilancia commerciale «è aumentato come mai era successo negli ultimi 34 anni». Il leader Usa ha fatto riferimento a una statistica di sei mesi fa che mostrava come il disavanzo fosse cresciuto fino a 56,8 miliardi di dollari. In aprile, ultimo dato, era pari a 55,9 miliardi. Non si è capito se Trump si sia confuso con i numeri e anche con la sua politica commerciale: ha imposto i dazi a mezzo mondo per ridurre, non aumentare, il deficit del trade”.
L’impennata dell’inflazione e le cause. Negli Stati Uniti, a cinque mesi dalle elezioni di metà mandato (“midterm”), l’inflazione ha raggiunto il 4,2%, segnando il livello più alto degli ultimi tre anni (dal maggio 2023) e un record negativo per la presidenza di Donald Trump. La tendenza al rialzo è iniziata dopo l’attacco americano-israeliano contro l’Iran: si è passati da un’inflazione del 2,4% a febbraio 2026, al 3,3% a marzo, fino al 3,8% ad aprile. Circa il 60% di questo incremento è causato dal rincaro dei costi dell’energia; ad esempio, il prezzo medio della benzina al gallone è salito a 4,55 dollari (un dollaro in più rispetto all’anno precedente). Nonostante l’autosufficienza energetica degli Stati Uniti, le grandi compagnie petrolifere americane stanno adeguando i propri listini ai prezzi del mercato internazionale per massimizzare i profitti.
Il dilemma politico e la reazione di Trump. Per frenare i rincari si era ipotizzato un intervento federale volto a limitare le esportazioni di petrolio e gas liquido. Tuttavia, questa misura danneggerebbe i colossi petroliferi che nel 2024 hanno finanziato la campagna elettorale di Trump con 75 milioni di dollari. Al momento, il Presidente ostenta totale serenità, arrivando a dichiarare provocatoriamente di «amare l’inflazione». Per tranquillizzare i cittadini, Trump continua ad annunciare l’imminenza di un accordo con l’Iran che permetterà la riapertura dello Stretto di Hormuz (snodo cruciale per il 20% del greggio globale), promettendo un rapido ritorno alla normalità. Inoltre, sul suo social “Truth”, ha celebrato l’aumento record del deficit commerciale (pari a 55,9 miliardi di dollari ad aprile) come se fosse un segnale positivo, generando confusione tra gli osservatori dato che la sua stessa linea politica prevede l’uso dei dazi proprio per ridurre tale disavanzo.
Il malcontento degli elettori e le preoccupazioni della Fed. L’opinione pubblica americana si mostra fortemente scettica: secondo un sondaggio di Politico, il 60% degli elettori ritiene che la Casa Bianca non stia facendo abbastanza per proteggere l’economia del Paese dalle conseguenze del conflitto. Il clima politico attuale rievoca la sconfitta elettorale di Kamala Harris nel novembre 2024, anch’essa fortemente penalizzata dal peso dell’inflazione sui beni alimentari.
Nel frattempo, la Federal Reserve guarda alla situazione con forte apprensione. L’inflazione “core” (al netto di energia e cibo) ha toccato il 2,9%, posizionandosi ben oltre l’obiettivo del 2% fissato dalla Banca centrale. Di conseguenza, appare del tutto improbabile che la Fed decida di tagliare i tassi d’interesse (attualmente al 3,5-3,75%) per stimolare la crescita economica, nonostante le continue pressioni in tal senso da parte di Trump.
11 giugno 2026





