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Esteri

Se a spiare sono gli amici

Domenico Quirico ha pubblicato su La Stampa un editoriale nel quale, parte dalla notizia secondo cui il servizio segreto israeliano, il Mossad, avrebbe continuato a spiare anche gli Stati Uniti. Il che non sembra roprio un grande notizia. L’autore considera ipocrita lo scandalo suscitato dalla rivelazione: Israele ha costruito gran parte della propria strategia di sicurezza proprio sull’intelligence, sulle operazioni clandestine e sull’eliminazione dei nemici, spesso con l’ammirazione o la tolleranza dell’Occidente.

Scrive Quirico: ”Una cosa colpisce in questo sfiancato 2026, in questo precoce esalare dell’ennesimo anno “in agony”, tra massacri concretissimi e teoriche dichiarazioni dei diritti: fa scandalo, si grida al tradimento per la notizia che il Mossad, questo polipo tenace paziente prensile, spia gli Stati Uniti. Sì, gli Stati Uniti. I Servizi israeliani, con armeggi oscuri, mettono il naso (perfino?!) negli sgangherati segreti dell’amico Trump. A cui Netanyahu ha promesso la massima patacca prevista dallo Stato ebraico per premiare l’alleato perfetto. I morti, colpevoli ma soprattutto innocenti, si ammonticchiano grazie anche a questo crocicchio spionistico di doppi fondi, bugie, inganni, sfregi al codice penale noto confidenzialmente come “l’Istituto”, che ormai mette ovunque, nette e allucinanti, le sue impronte digitali vantandosene. Vi par strano che tradisca perfino le Tavole dell’intoccabile Canone occidentale? Ogni alleanza ha i suoi guai. Suvvia! Che ipocriti. Applaudiamo con dionisismi fiumani, dal 1948, a ogni omicidio mirato domestico e in trasferta, vera pietra d’altare nei riti dei solerti cucinatori di questo genere di pietanze criminali”.

E continua: ”Quando i pensionati del Mossad, con la consueta transustanzazione, trovano ufficio e stipendio nelle agenzie della cosiddetta Sicurezza a tutti i costi o nelle aziende locali dell’high tech spionistico, non sono forse le democrazie mature, compresa l’Italia, i migliori clienti di questi gioiellini che servono a tener d’occhio soprattutto sudditi pericolosi? Al Pentagono, poverini, si indignano perché il Grande Fratello israeliano è negli States a «un livello critico» di intrusione e che le conversazioni del catastrofico negoziatore per il Vicino Oriente Witkoff e del gran muftì del Pentagono Colby non hanno segreti per il Mossad. I “karsa”, i suoi reclutatori, si sa hanno gusto nello scegliere i collaboratori”.

La tesi centrale è che, nel mondo dello spionaggio, gli amici si spiano tanto quanto i nemici, forse di più. Secondo Quirico, nella visione strategica israeliana non esistono alleati completamente affidabili: tutti possono diventare un rischio e quindi tutti devono essere controllati. Per questo Israele non si fida neppure dell’amministrazione di Donald Trump, nonostante la stretta alleanza con il governo di Benjamin Netanyahu.

L’autore sostiene che Israele e gli Stati Uniti perseguano obiettivi diversi nei conflitti regionali, in particolare rispetto a Gaza, Libano e Iran. Da qui la necessità, per Israele, di conoscere in anticipo intenzioni e mosse americane, soprattutto considerando l’imprevedibilità di Trump.

Per rafforzare la sua argomentazione, Quirico richiama episodi storici di spionaggio israeliano contro gli Stati Uniti, in particolare il caso di Jonathan Pollard, che negli anni Ottanta passò informazioni segrete a Israele. L’episodio dimostrerebbe che la pratica di raccogliere informazioni sugli alleati non è un’eccezione, ma una costante.

La conclusione è amara e disincantata: nello spionaggio internazionale non esistono amicizie eterne né fiducia assoluta. Le alleanze sono fragili e mutevoli; per questo i servizi segreti cercano sempre di sapere cosa pensano e progettano anche i partner più stretti. Lo scandalo, suggerisce Quirico, non è che Israele spii gli Stati Uniti, ma che qualcuno continui a stupirsene.