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Editoriali

Il rebus degli aiuti per Kiev

Giuseppe Sarcina ha pubblicato un editoriale sul Corriere della Sera nel quale affronta il tema degli aiuti militari all’Ucraina.

Sostiene Sarcina: ”Il Segretario generale dell’alleanza Atlantica, Mark Rutte, ha fatto notare come, entro il 2026, i Paesi europei consegneranno aiuti militari per circa 42 miliardi di dollari agli ucraini. E gli Usa? Zero o quasi, se, come tutto lascia pensare, Donald Trump manterrà, da qui alla fine dell’anno, la linea di disimpegno che ha adottato da quando è arrivato alla Casa Bianca. Nella capitale ucraina, Scott Oudkirk, il vice ambasciatore americano presso la Nato, ha ripetuto, con un po’ più di eleganza, il teorema trumpiano, più o meno con queste parole: noi condanniamo i raid aerei dei russi sulle città ucraine, che sono la ragione per la quale questa guerra non finisce; gli Stati Uniti restano pronti a mediare tra le due parti, ma gli «alleati europei» dovrebbero comprare più armi americane da consegnare all’esercito ucraino. Come dire: non solo non regaliamo più niente, ma le nostre aziende ci devono guadagnare”.

E continua: ”L’adesione rapida alla Ue, continua a salire nelle priorità di Kiev. Merita, quindi, un chiarimento sincero tra le capitali dell’unione e poi una replica altrettanto netta agli ucraini. Se la maggior parte dei Paesi non è in grado, per motivi di politica interna o per paura di essere trascinata in un conflitto, di prendere un impegno immediato per la difesa dell’ucraina, allora sarebbe meglio non illuderne la popolazione. Si possono tentare altre strade. Per esempio tornare alle «garanzie di sicurezza» fornite solo da alcuni «volenterosi».

Il disimpegno USA e il peso sull’Europa

È in corso un difficile passaggio di consegne per la difesa dell’Ucraina: gli Stati Uniti di Donald Trump stanno perseguendo una linea di radicale disimpegno (aiuti vicini allo zero per il 2026). Washington condanna i raid russi e si dice pronta a mediare, ma di fatto spinge affinché gli alleati europei acquistino armi dalle aziende americane per girarle a Kiev.

Il nodo militare e i costi dei “Patriot”

Nonostante l’efficacia dei droni ucraini, Kiev ha un disperato bisogno di sistemi antimissile Patriot (prodotti dall’americana Lockheed Martin).

  • I costi: Una batteria costa 1,1 miliardi di dollari e ogni singolo missile 4 milioni.
  • Il finanziamento: Il conto rischia di ricadere interamente sugli europei, attingendo ai 42 miliardi di aiuti militari previsti entro il 2026 dal Segretario della Nato Mark Rutte (di cui 11,5 miliardi stanziati dalla sola Germania).
  • Le prospettive future: Zelensky stima che serviranno circa 70 miliardi di dollari all’anno per mantenere un esercito professionale in grado di respingere future aggressioni.

Il dibattito UE: Agricoltura vs Sicurezza

Mentre Kiev ragiona su un orizzonte a brevissimo termine (2027), a Bruxelles e nelle capitali europee (tra cui Roma) si discute dell’impatto economico di un’eventuale adesione dell’Ucraina all’UE.

  • I timori: Si teme il collasso del settore agricolo europeo, poiché Kiev assorbirebbe circa 65 miliardi di euro per l’agricoltura e 35 per i fondi di coesione (sul bilancio 2028-2035).
  • La realtà diplomatica: I diplomatici ucraini assistono stupiti a queste liti su fondi che, applicando i normali periodi di transizione (come per la Polonia nel 2004), verrebbero erogati solo tra il 2038 e il 2043.

La vera strategia di Zelensky: L’Articolo 42

L’adesione rapida all’UE è diventata centrale nei piani di pace ucraini per un motivo prettamente geopolitico e di sicurezza, non economico:

Con Trump che ha chiuso le porte della Nato e non garantisce protezione futura, l’Ucraina punta all’Articolo 42 del Trattato UE, che prevede il mutuo soccorso in caso di aggressione (un meccanismo simile all’Articolo 5 della Nato).

Le conclusioni del Vecchio Continente

I leader europei (Macron, Starmer, Merz) vogliono sostenere Zelensky nel negoziato, ma frenano: l’ingresso nell’UE non può avvenire a guerra in corso, per evitare il coinvolgimento diretto contro Mosca.

L’autore conclude che l’Europa deve essere sincera e netta con Kiev: se la politica interna o la paura del conflitto impediscono di offrire garanzie di difesa immediate, è inutile trovare scuse basate sui fondi agricoli. Le alternative realistiche sono due: affidarsi alle “garanzie di sicurezza” offerte solo da una coalizione di paesi “volenterosi”, oppure sperare in una futura sconfitta elettorale del trumpismo negli Stati Uniti.

8 giugno 2026