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Editoriali

Donald intrappolato in un vicolo cieco. Può scegliere solo tra il male e il peggio

Nathalie Tocci ha pubblicato su La Stampa un editoriale in cui scrive del dilemma trumpiano tra un cattivo accordo o la guerra. E Teheran usa il tempo come leva negoziale

Il continuo oscillare di Donald Trump tra annunci di pace e attacchi militari in Medio Oriente non è frutto di imprevedibilità o incompetenza, ma del fatto che il presidente statunitense si trova in un vicolo cieco strategico, costretto a scegliere tra il male e il peggio.

Scrive Tocci: ”Il dilemma amletico del presidente statunitense Donald Trump rimane irrisolto. Non perché Trump sia imprevedibile, non lo è affatto. E nemmeno perché sia incapace: sebbene abbia già dato ampia prova della propria incompetenza, e di quella dei suoi negoziatori, il suo altalenare di queste settimane non è dovuto a questo. Trump non fa pace con se stesso perché si è cacciato in un buco nero in cui la scelta è tra il male e il peggio. E non sa come uscirne”.

E prosegue: ”Nel fine settimana, Trump aveva dichiarato che i negoziati con l’Iran andavano a gonfie vele e che un accordo era alle porte. I negoziatori iraniani, guidati dallo speaker del parlamento Mohammed Bagher Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Aragchi, si erano recati in Qatar per mettere i tocchi finali sull’intesa. Poche ore dopo, però, Teheran ha annunciato che un accordo non è imminente, e gli Stati Uniti hanno attaccato alcune basi di lanciatori nel sud dell’Iran. Il prezzo del petrolio continua l’altalena a cui assistiamo da quando è entrato in vigore il fragile cessate il fuoco del mese scorso. Perché non si delinea chiaramente uno scenario in Medio Oriente? Sarebbe facile rispondere con la solita spiegazione sull’imprevedibilità di Trump. Ma sarebbe sbagliata. Trump non è imprevedibile: è semplicemente in profonda difficoltà. Per quanto non sia Metternich, anche lui non può ignorare che le opzioni a sua disposizione variano dal male al peggio”.

L’analisi individua i due scenari e le relative implicazioni:

  • Il male (un cattivo accordo): si tratta di un accordo in due fasi con l’Iran che prevedrebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz e il congelamento del nucleare in cambio dello scongelamento dei fondi iraniani e della revoca delle sanzioni sul petrolio. Sarebbe un ottimo accordo per Teheran e un pessimo affare per Washington, poiché sancirebbe la vittoria strategica dell’Iran. Ogni volta che Trump si avvicina a questa opzione, subisce le dure critiche interne dei Repubblicani e il sabotaggio di Benjamin Netanyahu, il quale – per calcolo elettorale – bombarda il Libano pur di far saltare l’intesa.
  • Il peggio (la ripresa della guerra): spinto a rinunciare all’accordo, Trump viene tentato dal ritorno alle armi. Tuttavia, i partner regionali (come Qatar e Arabia Saudita) e parte della sua stessa amministrazione gli ricordano che una nuova escalation non cambierebbe il quadro strategico (salvo un’improponibile invasione di terra), ma destabilizzerebbe ulteriormente i mercati e rafforzerebbe la percezione di impunità del regime iraniano.

In conclusione: Teheran usa il tempo come leva negoziale, mentre Trump resta bloccato in un’altalena decisionale paralizzante, incapace di evitare quella che l’autrice definisce una netta sconfitta strategica degli Stati Uniti nella regione.

27 maggio 2026