L’ambasciatore Ettore Sequi ha pubblicato su La Stampa un editoriale in cui analizza il significato geopolitico delle visite di Donald Trump e Vladimir Putin in Cina, sostenendo che esse mostrano la fine del mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti e la crescente centralità di Pechino nelle crisi internazionali.
Dice Sequi: ”Con Washington, Pechino gestisce una competizione ancora sostanzialmente simmetrica. Gli Usa restano superiori militarmente e dominano dollaro, finanza globale e sistema delle alleanze. Ma anche Washington dipende ormai dalla Cina. Terre rare, supply chain, commercio globale, Iran e Taiwan passano sempre più per Pechino. Con Mosca il rapporto è invece sempre più asimmetrico. La Russia conserva deterrenza nucleare e profondità strategica, ma dipende ormai dalla Cina per export energetico, tecnologia, finanza. Power of Siberia 2 riassume questo squilibrio. Per Putin il gasdotto è una necessità strategica dopo il collasso del mercato europeo; per Xi una leva geopolitica. Pechino può attendere, imporre condizioni migliori e sfruttare la crescente dipendenza della Russia. Mosca resta per Pechino una retrovia strategica decisiva: fornitore energetico relativamente sicuro, retroterra eurasiatico e partner antioccidentale. La Cina vuole una Russia abbastanza forte da logorare l’Occidente, ma abbastanza dipendente da rafforzare la centralità cinese”.
L’autore parte dal valore simbolico del protocollo cinese: in Cina il cerimoniale riflette i rapporti di potere. Trump riceve un’accoglienza di massimo livello, segno di una competizione ancora tra pari tra Stati Uniti e Cina. Putin invece viene trattato come partner strategico stabile, ma anche come interlocutore ormai più dipendente da Pechino.
Secondo Sequi, il rapporto tra Cina e Stati Uniti resta competitivo ma interdipendente. Washington mantiene superiorità militare, finanziaria e tecnologica, ma dipende sempre più dalla Cina per catene produttive, terre rare e gestione di dossier globali come Iran e Taiwan. Con la Russia, invece, il rapporto è squilibrato a favore della Cina: Mosca ha bisogno di Pechino per energia, tecnologia e finanza, mentre Xi Jinping può sfruttare questa dipendenza per rafforzare il proprio peso geopolitico.
L’editoriale evidenzia poi le vulnerabilità cinesi. La principale è la dipendenza energetica dalle rotte marittime, soprattutto dagli stretti asiatici controllabili dalla potenza navale americana. Per questo Pechino punta sempre di più su forniture terrestri e infrastrutture eurasiatiche, come i gasdotti con la Russia. Tuttavia la Cina resta vulnerabile anche perché la sua crescita dipende dal commercio globale e dalla stabilità economica internazionale.
La parte centrale del testo riguarda il nuovo ordine mondiale. Sequi sostiene che nessuna potenza abbia oggi la capacità di dominare il sistema internazionale come fecero gli Stati Uniti dopo la Guerra fredda. Gli Usa restano fortissimi, ma più divisi internamente e meno capaci di guidare da soli il mondo; la Russia mantiene potenza militare e nucleare, ma è economicamente indebolita; la Cina è il principale sfidante globale, ma deve affrontare rallentamento economico, problemi energetici e tensioni strategiche con Washington.
Secondo l’autore, Pechino vive due grandi rischi: la “trappola del medio reddito”, cioè la difficoltà di trasformare la forza industriale in leadership tecnologica e finanziaria, e la “trappola di Tucidide”, ovvero il conflitto crescente tra potenza emergente e potenza dominante.
La conclusione è che non esiste ancora un “secolo cinese”, ma il sistema internazionale sta entrando in una fase multipolare e instabile. La forza della strategia di Xi Jinping consiste nel restare apparentemente immobile mentre gli altri attori sono costretti a muoversi e reagire. La Cina non domina ancora il mondo, ma è diventata il punto attraverso cui passano sempre più crisi globali.
21 maggio 2026





