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Esteri

Federalismo pragmatico, la lezione di Draghi

Sergio Fabbrini ha pubblicato un editoriale su Il Sole 24 Ore nel quale interpreta il discorso di Mario Draghi ad Aquisgrana come una proposta politica per rendere l’Europa autonoma rispetto alle grandi potenze globali, cioè Stati Uniti e Cina.

Scrive Fabbrini: ”L’Ue è cresciuta senza un governo, sostituito dalla logica del mercato e dal funzionalismo delle politiche pubbliche. Dopo l’esperienza della guerra, promuovendo l’integrazione europea, i leader europei hanno creato contesti istituzionali che potessero disincentivare l’accentramento politico. L’impersonalità del mercato ha consentito lo sviluppo di interdipendenze economiche tra stati e imprese, il funzionalismo delle politiche pubbliche si è sostanziato nella soluzione tecnica dei problemi. La politica (intesa come discrezionalità e responsabilità della decisione) è stata silenziata, anche se, in cruciali passaggi storici, essa ha dovuto recuperare la sua voce. Ha precisato Draghi, “l’Europa si è affidata ai mercati per svolgere il lavoro che un’autorità politica comune non era autorizzata a compiere”. Tutto ciò ha funzionato con successo fino a quando l’Ue ha potuto beneficiare di un consenso passivo al suo interno (da parte dei cittadini) e di una protezione attiva al suo esterno (da parte degli americani). I cambiamenti indotti dalla fine della Guerra Fredda hanno cambiato l’agenda europea, imponendo sfide (relative alla sicurezza, all’energia, alla tecnologia) che non potevano più essere affrontate con una logica funzionalista, incrementale e apolitica. Putin e Trump hanno cambiato il gioco”.

Secondo Fabbrini, Draghi parte da una constatazione storica: l’Europa è ormai sola. Gli Stati Uniti di Trump non sono più un alleato affidabile, mentre la Cina di Xi Jinping non può diventarlo. Per questo l’Europa deve imparare a difendere i propri interessi in modo indipendente, collaborando con Washington e Pechino solo quando conviene.

L’autore sostiene che l’Unione Europea è cresciuta senza un vero governo politico: si è basata soprattutto sul mercato e su soluzioni tecniche condivise, evitando decisioni politiche forti. Questo modello ha funzionato finché c’erano stabilità interna e protezione americana. Ma le crisi recenti — guerra, sicurezza, energia, tecnologia — hanno mostrato i suoi limiti.

Di fronte a queste sfide, gli Stati nazionali hanno ripreso il controllo delle decisioni, soprattutto in materia di difesa. Tuttavia il coordinamento tra governi, fondato sull’unanimità, impedisce all’Europa di agire con rapidità e visione strategica. L’UE, dice Fabbrini riprendendo Draghi, finisce così per reagire agli eventi invece di guidarli.

La proposta centrale è quindi un “federalismo pragmatico”: gruppi di Paesi europei disposti a integrare realmente alcune politiche strategiche — difesa, energia, tecnologia — attraverso istituzioni comuni capaci di decidere a maggioranza, superando il veto unanime. Il modello di riferimento è l’Eurozona e la BCE: senza un organismo federale capace di decidere autonomamente, il “whatever it takes” non sarebbe stato possibile.

Fabbrini conclude che Draghi propone di andare oltre gli attuali trattati europei, creando nuove strutture federali tra i Paesi che vogliono davvero cooperare. È una critica implicita agli attuali leader europei, descritti come “amministratori di condominio” privi di visione politica.

17 maggio 2026