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Editoriali

Il summit dei giganti insicuri

Federico Rampini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui sostiene che Stati Uniti e Cina siano entrati in una fase di rivalità strutturale, ma anche di dipendenza reciproca inevitabile. Le due superpotenze sono avversarie strategiche, però non possono separarsi davvero senza danneggiare sé stesse e il resto del mondo.

Scrive Rampini: ”America e Cina sono condannate a convivere, non hanno alternative. La loro competizione ha già trascinato il mondo in una nuova guerra fredda. Però il livello di interdipendenza è elevato, senza precedenti nella prima guerra fredda Usa-urss. Siamo arrivati qui soprattutto per una concatenazione di scelte strategiche degli Stati Uniti. 1972: il disgelo Nixon-Mao sottrae definitivamente la Repubblica Popolare alla sfera sovietica. 1989: Bush padre decide sanzioni blande dopo il massacro di Piazza Tienanmen, da ex ambasciatore in Cina vuole salvare l’asse con Pechino. 1999-2001, un’intesa bipartisan tra Clinton e Bush figlio perfeziona la cooptazione del gigante asiatico nell’economia globale, con il suo ingresso nell’organizzazione mondiale del commercio. I miracoli compiuti dalla Repubblica Popolare nella sua modernizzazione sono dovuti anzitutto ai talenti del suo popolo: il Dna capitalistico dei cinesi risale all’epoca del nostro Medioevo. Però la posizione odierna della Cina nell’economia globale è stata voluta e costruita dall’america. Per alcuni decenni la complementarietà tra le due economie è stata esemplare, la divisione dei compiti funzionava. Poi per la Cina il ruolo di «fabbrica del pianeta» è diventato stretto. Ha voluto dominare tutti i mestieri, dai più tradizionali ai più sofisticati, con un’aspirazione all’autosufficienza. Insieme alla potenza economica ha rivelato crescenti ambizioni geopolitiche, militari, fino a riesumare gli appetiti imperiali del passato”.

Rampini ricostruisce come sia stata soprattutto l’America a favorire l’ascesa della Cina: dal disgelo Nixon-Mao del 1972, alla scelta di Bush senior di non isolare Pechino dopo Tiananmen, fino all’ingresso della Cina nel WTO promosso da Clinton e Bush figlio. Per decenni il rapporto è stato vantaggioso per entrambi: gli Usa consumavano e innovavano, la Cina produceva.

Col tempo però Pechino ha cambiato ambizione: non voleva più essere solo la “fabbrica del mondo”, ma diventare dominante anche nelle tecnologie avanzate, nella finanza e nella geopolitica. Da qui nasce la nuova guerra fredda economica e tecnologica.

Secondo Rampini, oggi entrambe le potenze sono vulnerabili:

  • gli Usa dipendono dalla Cina per materiali strategici come le terre rare e rischiano sul fronte dei microchip legati a Taiwan;
  • la Cina invece dipende ancora dal mercato americano, dal dollaro e dalla sicurezza delle rotte marittime garantita dalla marina Usa.

L’autore spiega che dopo la crisi finanziaria del 2008 la leadership cinese ha iniziato a credere nel declino irreversibile dell’America e ha lanciato strategie aggressive come “Made in China 2025”, trasformando economia e tecnologia in strumenti di potenza geopolitica. Anche gli Stati Uniti hanno reagito abbandonando parte del libero mercato tradizionale e adottando politiche industriali più interventiste.

Rampini critica l’idea diffusa in Europa secondo cui la Cina starebbe semplicemente vincendo. Ricorda infatti che anche Pechino ha problemi profondi: disoccupazione giovanile elevata, crisi immobiliare, tensioni interne e forte dipendenza dalle esportazioni. Le fragilità americane sono visibili perché la democrazia le espone pubblicamente; quelle cinesi invece vengono censurate.

Conclude Rampini: ”Noi tendiamo a giudicare il regime di Pechino dalla superficie levigata che offre all’osservatore esterno. L’immagine di efficienza rasenta l’onnipotenza. Ma insieme con le eccellenze industriali questa Cina accumula le crisi: la disoccupazione giovanile oltre il 20% crea un disagio sociale diffuso, che la nomenclatura attribuisce a «forze straniere»; le decapitazioni ai vertici militari hanno superato le purghe di Mao; il crollo immobiliare ha impoverito i risparmiatori e deprime i consumi. Quella che sembra la massima forza della Cina, il suo titanico attivo commerciale col resto del mondo (1.200 miliardi di dollari), è il suo tallone d’achille: nella crisi della globalizzazione, se i mercati altrui diventano un po’ meno aperti la «fabbrica del pianeta» soffre”.

La conclusione è che il mondo non è guidato da un equilibrio stabile, ma da un “duopolio instabile” tra due superpotenze insicure, costrette continuamente a negoziare e contenersi a vicenda, senza che esistano altri attori globali dello stesso livello.

14 maggio 2026