Marcello Minenna ha pubblicato su Il Sole 24 Ore un editoriale in cui sostiene che l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC e dall’OPEC+ rappresenti una svolta storica nella governance del mercato petrolifero.
Il punto centrale è che Abu Dhabi non lascia il cartello perché il petrolio conti meno, ma al contrario perché conta ancora moltissimo: gli Emirati vogliono avere piena libertà di sfruttare la propria capacità produttiva senza sottostare alle quote collettive.
Afferma Minenna: ”Con gli Emirati cambia la scala del problema. Abu Dhabi non è un produttore marginale che esce perché fragile. È un produttore efficiente, capitalizzato, con capacità inutilizzata, infrastrutture e una strategia che punta a monetizzare il petrolio prima che la transizione renda più incerta la domanda. Con circa 4,6 milioni di barili al giorno nel 2025, vale più degli altri ex membri Opec messi insieme. Nel petrolio la capacità inutilizzata è un’assicurazione collettiva finché resta dentro il cartello; diventa un’arma competitiva quando esce dal perimetro delle quote. La guerra in Iran non è la causa dell’uscita emiratina, ma il momento politico che l’ha resa conveniente. In una fase in cui il Golfo Persico è tornato al centro della sicurezza energetica mondiale, Abu Dhabi ha scelto di non lasciare al cartello l’amministrazione della propria capacità. Per gli Emirati, che trasformano la rendita energetica in finanza, logistica, tecnologia e proiezione geopolitica, ogni barile non prodotto è capitale non convertito”.
Minenna ricorda che l’OPEC è sempre stata fondata su un compromesso:
- i Paesi membri rinunciavano a produrre al massimo;
- in cambio ottenevano prezzi più alti e maggiore stabilità dei ricavi.
Questa logica ha funzionato per decenni, ma col tempo gli interessi nazionali dei membri hanno iniziato a divergere. Le precedenti uscite dal cartello (Indonesia, Qatar, Ecuador, Angola) erano però casi limitati e non mettevano in discussione l’equilibrio dell’organizzazione.
Con gli Emirati la situazione cambia perché:
- sono un produttore molto forte ed efficiente;
- hanno capacità inutilizzata significativa;
- dispongono di capitali, infrastrutture e ambizioni geopolitiche;
- vogliono monetizzare rapidamente il petrolio prima che la transizione energetica riduca la domanda globale.
Secondo l’autore, la guerra con l’Iran non è la causa diretta dell’uscita, ma il contesto favorevole che l’ha resa possibile. In un momento di tensione geopolitica nel Golfo, gli Emirati preferiscono controllare autonomamente la propria produzione energetica, considerata uno strumento di potere economico e strategico.
Nel breve periodo non è inevitabile una guerra dei prezzi, perché le tensioni geopolitiche mantengono alto il premio sul petrolio. Ma nel medio periodo il rischio aumenta:
- gli Emirati potranno produrre liberamente;
- gli altri membri dovranno tagliare di più per sostenere i prezzi;
- se nessuno compenserà, la disciplina dell’OPEC perderà credibilità.
L’editoriale conclude che l’OPEC+ sta cambiando natura:
- da strumento di sovranità collettiva;
- a semplice tavolo negoziale tra Paesi con interessi sempre più incompatibili.
La tesi finale è molto netta: i cartelli non entrano in crisi quando escono i membri deboli, ma quando un membro forte decide che rispettare le regole comuni costa più dei benefici che riceve.
12 maggio 2026




